Le cubiste e i Padri del Sinodo. Il corpo tra disprezzo e divinizzazione

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Non sorprendono i risultati dell’analisi filologico-statistica che Il Regno ha condotto sui testi licenziati dal Sinodo sulla famiglia e che Daniele Rocchetti ha segnalato e commentato criticamente qui il 6 novembre.

IL CORPO CHE NON C’È 

Nell’elaborazione dottrinale della Chiesa il corpo non c’è. Più avanti di tutti, mi pare, è andato Karol Wojtyla, fortemente influenzato dalla fenomenologia di Max Scheler. Ma, complessivamente, il linguaggio teologico e pastorale è rimasto sui vecchi spalti di un’antropologia spiritualistica, dove l’uomo è anima disincarnata. Viceversa, l’elaborazione filosofica, psicologica, neurofisiologica contemporanea ha costruito un’altra antropologia, un’altra idea dell’uomo: l’uomo è corpo vivente. Husserl: l’uomo è Leib, diverso dal Körper, corpo fisico sottoposto alle leggi inesorabili della fisica e della chimica. Il dualismo di Cartesio tra “res cogitans” e “res extensa” è stato finalmente sepolto. Nella versione cartesiana quel dualismo condizionava in modo determinante la teoria della conoscenza, mentre l’antropologia restava nell’ombra. Gustavo Bontadini, grande e troppo dimenticato filosofo dell’Università cattolica, definì “gnoseologismo” l’intero indirizzo epistemologico che influenzò tutta la filosofia moderna fino a Giovanni Gentile e fino a se stesso. Liberata dall’impianto gnoseologistico, l’antropologia moderna ha potuto svilupparsi fino a cogliere più in profondità e più veritativamente la natura dell’uomo…

IL PRIMO CRISTIANESIMO E IL CORPO CHE C’È

Eppure, c’è stato un tempo del pensiero cristiano in cui il traguardo moderno di oggi era già stato raggiunto. E’ il tempo delle origini ebraico-cristiane, quando si parlava non di resurrezione delle anime, ma di resurrezione dei corpi. E questo perché l’uomo è il corpo. Se l’uomo è l’anima, essa non può corrompersi con la morte, non può morire e perciò neppure risorgere. Se l’uomo è corpo vivente, allora l’uomo può morire e può anche risorgere. Perché il nucleo del messaggio ebraico-cristiano sia stato oscurato e sepolto in una terra di nessuno, è una storia culturale lunga, che gli storici del pensiero filosofico e teologico hanno già raccontato e che qui si può solo rievocare per cenni. E’ dall’Oriente indiano che arriva il messaggio radicalmente spiritualistico e anticorporeo. Il buddismo nasce attorno al VI secolo avanti Cristo: il corpo è infelicità, corruzione, emozione, passione, violenza. La condizione umana è prigioniera dietro le sbarre della corporeità. Senza attendere la morte, già da ora dobbiamo incominciare a praticare la liberazione dal corpo. E poiché il corpo è anche l’unico modo che abbiamo per stare radicati nella storia del mondo, dobbiamo anche liberarci della storia. Mentre per l’uomo moderno e per l’antico ebreo-cristianesimo l’Io-corpo trova la sua realizzazione, la sua fioritura –l’eudaimonia di Aristotele – nella dimensione storica, nel logos, nella praxis, nella poiesis, per le filosofie orientali indiane e persiane – che i Pitagora e i suoi discepoli hanno importato nel Mediterraneo – la fioritura umana consiste nella fuga, nell’ascesi, nella mistica che stacca la mente umana dalle sue radici organico-fisiche. Il pensiero greco si è diviso: Platone da una parte, Aristotele dall’altra.

TRA DISPREZZO PRE-CRISTIANO E DIVINIZZAZIONE POST-CRISTIANA

Attorno al Concilio di Nicea si svolse l’ultimo grande confronto tra quelle filosofie e l’ebreo-cristianesimo, nella discussione attorno alla natura del Cristo, uomo e Dio, un Dio incarnato. Ma la storia culturale e teologica dice che si trattava di un’incarnazione epistemologicamente e teologicamente a rischio. Dell’incarnazione veniva colto solo il lato dell’abbassamento di Dio al livello ignobile e miserabile del corpo umano e della storia, prova dell’amore di Dio verso l’umanità più che della dignità ontologica dell’uomo. Facciamo un salto quantico nella contemporaneità. Oggi trionfa un nuovo Dio: quello dei corpi belli, snelli, trigliceridi a posto, colesterolo “buono”… il Dio del fitness e delle diete, il Dio delle cubiste… Si tratta di un nuovo immanentismo, che non soltanto celebra la corporeità, ma anche l’eterno ritorno di un’illusione: quella di sconfiggere la morte, oggi per via di biotecnologie. E che ha alle spalle un’idea di onnipotenza e di fuga dalla finitudine, dall’esser-per-la morte dell’uomo. Solo che la Chiesa, concretamente rappresentata dai suoi padri sinodali, età media molto alta, esperienza di corporeità e di sessualità piuttosto povera – sennò che celibato sarebbe! – trovandosi in questo frangente, sembra non riuscire a trovare un punto saldo di equilibrio tra il disprezzo “pre-cristiano” del corpo e la sua divinizzazione immanentistica “post-cristiana”. Che la terra sia la nostra patria e il corpo siamo noi non diventa un messaggio pastorale convincente. E così i fedeli procedono per proprio conto, con il metodo del bricolage.

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