Padre Pizzaballa: «Non possiamo assistere inermi alle persecuzioni dei cristiani. Non sono crimini accettabili»

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“Il sangue dei cristiani è seme di nuovi cristiani” diceva Tertulliano: e proprio «Di fronte alla persecuzione dei cristiani in medio oriente» è il tema, attualissimo, dell’incontro in programma martedì 18 novembre nella Chiesa parrocchiale dei SS. Nazario e Celso di Pagazzano. Alle 16,30 sarà celebrata la Messa, dalle 17,30 alle 20,30 adorazione eucaristica, e alle 21 appuntamento con  l’attuale Custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa che porterà la sua testimonianza al Castello di Pagazzano. Per l’occasione vi riproponiamo  come assaggio “introduttivo” a questa interessante occasione d’incontro la nostra recente intervista a padre Pizzaballa.

«Non basta fermare la violenza ma è necessario, a tutti i livelli, dare a quei popoli frustrati da anni di umiliazioni e povertà una speranza vera, concreta, visibile. Quindi servono azioni comuni e forti. Pressione sui governanti. Uso dei mass-media. Impedire il commercio di armi. Sostenere i movimenti e i gruppi islamici moderati. Sostenere lo sviluppo dei paesi arabi». È il richiamo rivolto da Padre Pierbattista Pizzaballa, teologo, biblista e custode di Terra Santa dal 2004, alla responsabilità dei popoli europei per contribuire a porre fine ai conflitti in Medio Oriente. Perché quello che sta avvenendo ora in quella terra martoriata, messa «a ferro e a fuoco, in radicale e drammatica trasformazione» sottolinea il religioso francescano bergamasco, nato a Cologno al Serio nel 1965, «ci riguarda tutti».

“Il mondo islamico finalmente ha cominciato a reagire, ma ci sembra ancora assai timido. E invece solo una denuncia comune e forte rispetto a quanto sta accadendo può essere efficace”, ha dichiarato alla Presidente del Meeting Emilia Guarnieri e alla direttrice di Rainews24 Monica Maggioni, durante la 35^ edizione del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini (24-30 agosto scorso). Per quale motivo gli appartenenti all’islamismo moderato non fanno sentire la loro voce?
«In realtà molte autorità religiose musulmane si sono espresse chiaramente contro l’ISIS: Arabia Saudita, Egitto, Turchia, ovviamente Iraq, e molte altre anche in Italia. Non hanno però avuto alcuna risonanza pubblica nei media. Si è trattato soprattutto di dichiarazioni, con poco seguito. I media arabi ne hanno parlato poco. Nel network dei predicatori religiosi fanno molto più chiasso i facinorosi che istigano all’odio e alla violenza. Non abbiamo visto poi movimenti di gruppi, manifestazioni nelle piazze. Sarebbe necessaria invece una mobilitazione chiara contro tutto ciò. Nel passato ne abbiamo viste tante di manifestazioni di protesta, su argomenti di loro interesse. Questa tragedia dovrebbe dunque interessare tutte le comunità, a tutti i livelli, e non solo alcuni capi illuminati. I motivi di questa “timidezza” sono diversi. Non vi è un’autorità comune riconosciuta tra i musulmani, per cui si assiste a una serie di dichiarazioni sparse, senza coordinamento e non vincolanti se non per chi le fa e i loro seguaci locali. Le innumerevoli divisioni interne, la paura e, forse da parte di qualcuno, anche compiacimento fanno il resto».

“Il Medio Oriente che abbiamo conosciuto nel ‘900, quello nato dalle rovine del vecchio impero ottomano, dalla fine dei diversi colonialismi e della nascita degli stati nazionali, è finito. Inizia un nuovo periodo, la cui direzione, però non siamo ancora in grado di comprendere”, ha affermato durante il Suo intervento al Meeting di Rimini. Cosa intendeva?
«Credo che sia abbastanza chiaro a tutti. È anche quanto viene affermato dallo stesso ISIS, che vuole cancellare gli accordi postcoloniali. I curdi, che sono ora determinanti per sconfiggere ISIS, non credo che accetteranno di tornare alla loro situazione precedente, ma vorranno una loro autonomia. Sunniti e sciiti si stanno riconfigurando anche geograficamente. Il ruolo dell’Arabia Saudita è messo sempre più in discussione dai movimenti interni all’Islam sunnita. I cristiani si stanno spostando o stanno emigrando. Sta insomma cambiando tutto, a livello politico e religioso. Ma è impossibile ora conoscere la conclusione di questo processo. Le variabili sono troppe. È chiaro comunque che è finita un’epoca, quella che abbiamo conosciuto nel ‘900».

“La forza non è mai la strada. Può a volte, se necessario, come ora in Iraq, aprire una strada, ma mai costruirla. Il Medio Oriente, a cominciare dalla Terra Santa, Israele e Palestina, ha urgente e drammatico bisogno di individuare una nuova strada per delineare il proprio futuro”. Quella nuova strada potrebbe essere il dialogo comune tra tutte le popolazioni appartenenti a religioni diverse?
«Questa è certamente la sola strada percorribile. Ma ora è praticamente impossibile anche solo parlarne. La violenza e la tensione sono profonde. È necessario un coordinamento, un’azione comune a livello religioso e politico, locale e internazionale. Senza il coinvolgimento di tutti, non sarà possibile costruire una prospettiva nuova. La comunità internazionale ha una grande responsabilità nell’accompagnare questo processo, senza però sostituirsi ai responsabili locali».

Per quale motivo ha definito “fuori dalla storia” gli jihadisti dello Stato islamico (Isis) che stanno perseguitando la popolazione cristiana in Iraq?
«Non è più accettabile oggi, nel 2014, che vi siano ancora persecuzioni su base etnica e religiosa. Le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo e la coscienza comune non permettono più che si possano commettere crimini del genere. Nei libri di storia moderna non ci possono più essere spazi per questo genere di narrazioni. E nessuno può oggi assistere inerme».

Le immagini di guerra, violenza e sangue che provengono negli ultimi tempi dal Medio Oriente hanno oscurato quelle piene di speranza della visita di Papa Francesco in Terra Santa dello scorso maggio, alla quale Lei ha lavorato attivamente e quelle legate allo scorso 8 giugno in Vaticano. Che cosa resta ora di quei momenti già consegnati alla storia?
«Quei momenti sono stati importanti e sono consegnati alla storia, appunto. Il Medio Oriente non è solo guerra e distruzione, ma anche desiderio comune di pace, che quei momenti hanno mostrato. La preghiera non è magia, che ottiene miracolosamente subito ciò che desidera. Essa è piuttosto un atteggiamento, un’attitudine che introduce a una relazione. Quei momenti restano come un segno importante, che impegna chi li pone, e nel tempo saranno ripresi come il simbolo della ricostruzione della vita di quei popoli, che dovrà necessariamente ricominciare».

“Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero…”. Che cosa ha pensato quando per la prima volta nella storia secolare della Chiesa un Pontefice aveva scelto di chiamarsi come il Poverello d’Assisi?
«Dopo lo shock iniziale e la gioia per questa scelta, ho anche avvertito tanta responsabilità. Se il capo della Chiesa ha scelto questo nome, che significa amore ai poveri, semplicità, minorità, per me francescano è un impegno ancora più vincolante a vivere quei valori autenticamente».

Quali sono le mansioni principali che spettano al Custode di Terra Santa?
«Oltre ad occuparsi della vita dei religiosi francescani che operano nei territori della Custodia (Israele, Palestina, Siria, Libano, Giordania, Cipro), deve curare il mantenimento dei Luoghi Santi, delle innumerevoli attività pastorali e educative (scuole e parrocchie), il rapporto con le chiese cristiane non cattoliche per la vita nei Luoghi Santi e tante altre iniziative di diverso genere a sostegno della presenza cristiana in Terra Santa e negli altri Paesi».

 

 

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