La scuola, oltre i luoghi comuni

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Con il fine settimana finisce anche la campagna lanciata dal governo per permettere a tutti i cittadini di esprimersi, via web, sulla scuola italiana, problemi attuali e soluzioni future. Dietro a questo tentativo di democrazia diretta, però, si nasconde un rischio non trascurabile: è probabile che discetteranno di scuola molti che la scuola l’hanno frequentata, l’ultima volta, diversi lustri fa, magari senza neanche troppo interesse. Ma è pur sempre un rischio relativo, considerando che lo stesso ministero dell’Istruzione è retto da esperti del settore solo da un paio di legislature.

 SI DISCUTE DI PROGRAMMI, NON DI PRECARI

La campagna si può comunque guardare con speranza, perchè per la prima volta da una novantina d’anni (ricordando Giovanni Gentile e la sua riforma del 1923) si parla di scuola non solo in termini di assunzioni e precari, tagli e finanziamenti, ma finalmente anche di materie e programmi, progetti e visioni. Purtroppo però non si può del tutto soffocare un certo scetticismo, la sensazione che, come spesso accade in politica, anche questa volta un buon proposito rimarrà soltanto un buon proposito. Oltretutto, conoscendo il connazionale medio, generalmente a suo agio nei comodi luoghi comuni, è legittimo temere che i problemi della scuola individuati al termine della consultazione saranno i ritornelli ciclicamente ripetuti: la scuola italiana non prepara a un lavoro, la scuola italiana usa le lavagne e inculca nozioni stantie mentre servirebbero tablet e computer, i professori italiani fanno troppa vacanza e poche ore, e via di questo passo. Peccato che i veri problemi della scuola italiana siano praticamente opposti: gli insegnanti sono oberati di lavoro e spesso chiamati a impersonare, in un contesto sociale sempre più teso e difficile, il ruolo di psicologi, consulenti familiari, segretari, vigilantes; la riduzione delle ore di geografia, storia, latino, storia dell’arte (che adesso il governo, con la musica, ha annunciato di voler reintrodurre e valorizzare, e speriamo non sia solo un annuncio) è inspiegabile e paradossale in un Paese che dovrebbe fare della cultura umanistica il proprio fiore all’occhiello, anche solo in un’ottica di promozione turistica.

LA FORMAZIONE NON È QUESTIONE DI TABLET

Non mi sembra invece nemmeno il caso di sottolineare come né un tablet né un computer possano rendere di per sé una persona migliore (ammesso che l’obiettivo della scuola sia ancora quello di formare persone e non di produrre automi). Il problema non sono i luoghi comuni dell’italiano medio: il problema sorge quando i luoghi comuni dell’italiano medio diventano le linee-guida, i motivi ispiratori delle politiche di un Paese. Questo, purtroppo, in Italia accade spesso. Possiamo solo sperare che chi, a breve, si occuperà di scuola, sia un po’ meglio – basta poco – dei più ottusi luoghi comuni.

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