Stezzano: uno spazio-laboratorio per imparare a pregare

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«Bello! Ma la rete e i canestri quand’è che li mettete?» Quando il nuovo spazio fu realizzato all’oratorio di Stezzano, qualcuno, dopo averlo visto, commentava così. In effetti quello che nel progetto doveva essere il laboratorio liturgico a molti sembrava un’inconsueta palestra.
Vedere in oratorio uno spazio ampio, con il soffitto alto e il parquet, completamente spoglio di simboli o immagini, di certo chiede uno sforzo di fantasia per potervi collegare qualcosa che sia liturgico. Stezzano non è il primo oratorio a ospitare un ambiente di questo tipo: ce ne sono anche altri, anche se facilmente da quest’idea di partenza si arriva a farlo diventare una cappellina vera e propria. Qui nasce dal desiderio di creare dentro l’oratorio un luogo che sia diverso dalla chiesina, con più libertà per chi lo utilizza e chi lo gestisce rispetto alla collocazione di alcuni segni, dove si possano utilizzare linguaggi che non siano strettamente liturgici. «Da noi» dice il curato di Stezzano, don Andrea «è più un ambiente per la preghiera che però non ha percorsi veri e propri: sta un po’ alla creatività e al tempo che hanno i catechisti». In effetti questo spazio non ha ancora un allestimento vero e proprio (a parte un crocefisso che pende nella “volta”) ma solo temporaneo. «L’idea» prosegue don Andrea «sarebbe di metterci qualcosa che si ritrova tutti gli anni, in modo da entrare e accorgersi del posto. Non c’è ancora una vera progettualità, quella potremmo pensarla con il Dipas del Museo Diocesano. La prospettiva è che diventi un luogo di sperimentazione della preghiera». E in effetti questo spazio nasce così, come un luogo dove si impara a pregare e si possano usare dei materiali che in chiesa non si userebbero, come i tappeti , o al massimo la juta e le candele. Ma per attivare anche gli altri sensi oltre alla vista si possono usare la musica e il profumo (anche l’incenso, ma non come lo si usa in chiesa) per accompagnare alcuni momenti forti.
È un ambiente adatto a vivere la preghiera in modo più laboratoriale: «Quando abbiamo usato questo spazio per una preghiera sul corpo c’era una ragazza che danzava: di sicuro tutto questo ha una collocazione migliore lì che in Chiesa». Ed è una dimensione laboratoriale a due facce: sia per chi la vive sia per chi la pensa e la propone. Ad usare abitualmente questo spazio sono soprattutto gli adolescenti e i preadolescenti, e poi le persone che seguono le classi dei più piccoli nel percorso della catechesi, come Serenella e Simona: «L’uso ordinario che se ne fa è quella della preghiera delle classi che si alternano ad usarlo. Avendo 80 ragazzi faremmo fatica in chiesina a tenerli. Farli sedere in terra li fa sentire in un luogo diverso e più libero che non sia asettico come il salone polivalente e che la chiesina non ti permetterebbe. D’altra parte facciamo un po’ fatica con i piccolini perché è un luogo immenso: all’inizio si perdono, mentre pian piano bisogna mostrare che è un luogo diverso. Puoi farli entrare un po’ per volta, far vedere che è distinto il pavimento da dentro a fuori: il fatto che sia dentro l’oratorio permette di creare anche un vero e proprio atrio che sia predisposto come un atrio liturgico. In chiesina dovresti preoccuparti di spiegare che siamo alla presenza eucaristica, ma quello è un passaggio successivo: questo è uno spazio per il bambino, un luogo alternativo alla chiesa dove si passa dall’entrare la prima volta scivolando come in palestra e sdraiandosi sui cuscini all’imparare pian piano creare il contesto della preghiera. Lì si può pregare con i genitori seduti sul cordolo intorno e i bambini in mezzo. Non c’è ancora una progettualità su questo spazio come avevamo visto fare tempo addietro a Zanica. Di sicuro permette di recuperare cammini nei tempi forti, mettendo gli stessi simboli che poi i bambini trovano in chiesa, perché è assodato che molti bambini la domenica non vengono portati a messa. Certo, su alcune età come gli adolescenti ovviamente è molto più efficace come luogo rispetto ai tradizionali banchi della chiesa».
Potremmo semplicemente definirlo un ambiente a metà. A metà tra la chiesa e il salone, tra la liturgia e la semplice proposta. Un luogo insomma, dove chi entra in oratorio può essere accompagnato a quello che sarà il momento dell’incontro con il Signore. Un’attenzione che sintetizza tutto il compito dell’oratorio com’è oggi, quello di ospitare relazioni autentiche che siano il segno della relazione con Lui.

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