La follia degli ultrà ha ferito Madrid. Ma da noi gli scontri che guastano il calcio sono all’ordine del giorno

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Mattinata di ordinaria follia calcistica (o presunta tale) quella di ieri. La notizia è che, almeno in questa occasione, la più classica delle guerriglie tra ultrà è avvenuta lontano da uno stadio italiano. Questa volta la violenza ultrà si è abbattuta, per certi versi, imprevedibile, sul calcio spagnolo. Nel quartiere Madrid Rio, nella capitale spagnola, sono le 9. La maggior parte della gente sta ancora dormendo, quando due frange di tifosi – per un totale di circa duecento unità – si scontrano lungo le rive del Manzanarre, il fiume che scorre a pochi passi dal centro di Madrid. La partita, in programma per le 12 e ritenuta “a basso rischio” dalla Commissione Nazionale Antiviolenza, è Atletico Madrid – Deportivo. Il frutto di una follia annunciata sono stati 11 feriti (un poliziotto e 10 tifosi) e la morte di Francisco Romero Taboada, 43enne tifoso del Deportivo, picchiato e gettato nel fiume. In stato di ipotermia e con un trauma cranicoencefalico, l’uomo è deceduto alle 14 all’ospedale di Madrid.

Eppure, i segnali di un possibile scontro tra le tifoserie erano molteplici e neanche tanto latenti. L’astio tra i due gruppi nasce, in primis, per questioni politiche: da una parte i madrileni del Frente Atletico, di estrema destra; dall’altra i Riazor Blues – fiancheggiati da tifoserie di altre squadre -, di estrema sinistra. L’appuntamento fissato tramite WhatsApp dai due gruppi di tifosi ha colto impreparate le forze dell’ordine che, come evidenziano le immagini, non erano sul posto, pronte ad impedire il contatto tra le due frange. Violenza doveva essere e violenza è stata. Spranghe, sassi, sedie. Qualsiasi oggetto capitasse a tiro era una potenziale arma. Lo scontro è andato avanti per più di mezz’ora, fino all’arrivo delle forze dell’ordine. Alle 12 le squadre sono scese in campo puntuali e la partita si è disputata regolarmente, con annesse dichiarazioni di fine gara, da parte di entrambi i club, che suonavano più o meno così: «Ci dispiace per quanto avvenuto ma queste cose non hanno nulla a che vedere con il calcio». Di questa domenica tremendamente violenta si salva solo l’immagine di un tifoso madrileno che, come gesto riappacificatore, lancia la sua sciarpa ai rivali galiziani nel settore accanto.

A una settimana esatta dagli scontri seguiti ad Atalanta – Roma, verrebbe da fare un paragone con il mondo ultrà nostrano. Se quanto successo a Madrid fosse avvenuto nei pressi di un nostro stadio prima di una partita, cosa sarebbe successo? Si sarebbe giocato in un clima, tutto sommato, pacifico come è avvenuto al Vicente Calderon? O, molto più verosimilmente, avremmo assistito all’esplodere della violenza e della follia anche all’interno dello stadio? Sono ancora impresse nella nostra memoria le scene vergognose del maggio scorso, quando la finale di Coppa Italia, Napoli – Fiorentina, si è giocata solo grazie al benestare della frangia più agguerrita della tifoseria partenopea, capeggiata dal noto (purtroppo) Genny ‘a carogna.

In un calcio italiano sempre più indietro, rispetto al resto dell’Europa, il problema ultrà è sotto gli occhi di tutti (specie di noi bergamaschi). Ogni azione volta a limitare la violenza di alcune tifoserie sembra sovente produrre l’effetto opposto. Ogni domenica riemergono, copiose, le questioni sulla sicurezza fuori e dentro gli stadi. Fiumi di parole vengono sprecate per condannare i beceri comportamenti di alcuni tifosi. Ma cosa è cambiato negli ultimi anni? Il calcio è davvero in mano agli ultrà?

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