Il fotoreporter Mario Dondero: «Mi ha sempre colpito il lato negativo del Natale. Quello di chi è solo, come questo clochard»

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«Mi ha sempre colpito il lato negativo del Natale, quello che riguarda la gente isolata, che vive ai margini, il Natale di chi è costretto a vivere questo momento in assoluta solitudine. Emblematico in tal senso è la fotografia scattata a Parigi nel 1963 di un clochard nel metro». Mario Dondero, uno dei più grandi fotoreporter di fama internazionale a pochi giorni dall’arrivo della festa più attesa dell’anno, ricorda un aspetto del Natale lontano da quello materialista e consumista al quale siamo abituati. Mentre una grande mostra lo celebra a Roma, allestita nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, Dondero, nato a Milano il 6 maggio 1928, conserva intatto il suo stupore. «In ogni scatto cerco l’umanità» ha dichiarato recentemente il fotografo che ha ritratto la maggior parte dei personaggi che hanno segnato la storia del “secolo breve”. «Mi interessa conoscere le persone, chi sono, cosa fanno. Fotografo solo le cose che mi interessano e le situazioni che mi stimolano. Vedo questo mestiere come un dovere sociale» puntualizza l’artista che da giovane credeva che il suo destino si sarebbe compiuto in mare e invece ha iniziato il suo lavoro quasi per caso «facevo il cronista e mi ero stufato di dover chiedere ogni volta un fotografo che corredasse i miei pezzi». Interessatosi da sempre ai destini degli esseri umani Dondero, il quale ha compiuto la sua formazione culturale nella Parigi della metà degli anni Cinquanta, per tutta la sua vita «ho cercato di essere il cronista che documenta le variazioni che si producono in seno alla società, fotografando non solo rivoluzioni e altri eventi politici ma la vita ordinaria degli abitanti europei, il lavoro nelle grandi fabbriche e, soprattutto a Parigi, la strada, il grande teatro della vita».

“La miglior propaganda è la verità” diceva Robert Capa. È d’accordo?
«Completamente d’accordo. C’è proprio un bisogno di verità… tra l’altro se uno pensa alla storia del nostro Paese, quanti silenzi ci sono, quante situazioni che non sono ancora state chiarite. Inoltre quante guerre che non sono state raccontate nella loro terribile verità, penso alla guerra di Grecia per esempio. Vi è anche una grande difficoltà nel raccontare le cose, vince sempre la retorica, lo spirito patriottardo e non il vero patriottismo».

Dagli anni Cinquanta fino ad oggi ha immortalato, prima in bianco e nero e poi a colori, attrici, attori, scrittori, uomini politici, poeti, contadini, proletari, soldati, rappresentandoli come persone, non personaggi. È stato questo il segreto che l’ha portato ad essere uno dei più grandi fotoreporter di fama internazionale?
«Ritengo che la gente sia spontanea se viene abbordata spontaneamente, se l’incontro si colloca nella semplicità la fotografia acquista grandezza e spessore. Faccio un esempio: anni fa con Attilio Giordano stavo facendo un’intervista-reportage a Robert Badinter, celebre avvocato francese più volte Ministro della Giustizia. Quando abbiamo scoperto che Badinter ed io eravamo nati a pochi giorni di distanza nello stesso anno, tutto si è tramutato in un rapporto assolutamente amichevole. A volte conta non dico l’umiltà ma la semplicità di chi fa questo mestiere, quello del giornalista. In questo mestiere conta l’assenza di arroganza e di prepotenza. Il rispetto degli altri mi sembra alla base dell’ideologia di un buon giornalista. “Il dovere di un giornalista è quello di conservare un grado di ingenuità e di assoluta modestia per essere uguale agli altri e per essere pieno di comprensione per il mondo” diceva Ryszard Kapuscinski. Concordo in pieno con lo scrittore, giornalista e saggista polacco».

Ricorda un particolare Natale della sua vita?
«Ricordo un Natale del ’44, allora ero un giovane partigiano in Val d’Ossola, mi trovavo in un paese nevoso vicino a Milano. Rammento la commozione di camminare nella neve per andare alla Messa di mezzanotte, Messa vista non solo come un momento religioso ma come coesione comunitaria. Soltanto in posti sperduti come questi si possono provare questo tipo di emozioni. Mi ricordo anche un Natale a Parigi nella chiesa greco – cattolica che si trova vicino a Notre Dame, quei cori meravigliosi di voci bulgare e russe, fantastico perché il modo di cantare degli slavi è particolare».

Qual è lo scatto più efficace per definire il Natale 2014?
«Potrei dire il prossimo Natale a Cuba, alla luce dei recenti avvenimenti. Cuba è un luogo pieno d’umanità dove c’è una capacità di rapporti umani formidabile e Natale è un buon momento per esprimerli. Pensando al ruolo di mediazione che Bergoglio ha avuto nella ripresa delle relazioni diplomatiche USA-Cuba dopo 53 anni che segnano la fine dell’embargo, che si è rivelato un fallimento (ho fatto un reportage sulla medicina cubana, una medicina popolare, straordinaria però rammento la difficoltà dei medici nel reperire il filo di sutura grazie all’embargo), mi viene da dire che effettivamente Papa Francesco è un modello di pontefice del tutto nuovo, con dei tratti che ci fanno pensare alla “Teologia della Liberazione”. L’umanità di questa Papa colpisce. Io sono ateo, però vedere il modo di Bergoglio di dire “buonasera” la sera della sua elezione, ebbe il potere di conquistarmi. La grande forza di Papa Francesco è anche quella di aver conquistato chi non crede, perché c’è un bisogno di bene che scavalca non solo le ideologie ma anche le religioni. Ma il Natale è l’aspetto familiare, è la festa dei bambini, è la festa del giocattolo, è l’attesa dell’arrivo di Babbo Natale. Ho fotografato la tomba di Babbo Natale nell’antico paesino di Myra oggi chiamato Demre nella provincia turca di Antalya. In questa cittadina di origine ellenica è nata la leggenda di Babbo Natale grazie alla figura di San Nicola, Vescovo di Myra, nato tra gli anni 260 e 280 d. C. il quale aiutava segretamente i poveri arrampicandosi sui tetti della cittadina calando monete d’oro dal camino, lasciando frutta secca e dolcetti come premio di buona condotta per i bambini. Dopo l’anno Mille alcuni marinai baresi rubarono il corpo di San Nicola per portarlo a Bari, perché allora i corpi dei santi facevano muovere i pellegrinaggi, il turismo di allora e la conseguente prosperità. Ora questa storia è quasi dimenticata però vedere la tomba di San Nicola ancora aperta che aspetta sempre la reliquia del Santo fa impressione».

Ha documentato in Afghanistan il lavoro delle équipe mediche di Emergency, il cui lavoro, spesso dimenticato, non conosce soste nemmeno durante il periodo natalizio. Che cosa rammenta di quei momenti?
«L’eccellenza dell’umanità di tutta l’equipe medica e la promisquità etnica del personale di Emergency, i quali in una condizione di grandi rischi, compie uno straordinario lavoro. Qui il personale medico proviene da ogni parte del mondo e ha un’impostazione organizzativa italiana, che però diventa di fatto generale. Anche questo permette di essere accolti ovunque con meno diffidenza di quando si portano i colori di un Paese preciso. Infine mi ha colpito la grande dignità del popolo afghano».

Le foto:

Fig. 16 Mario Dondero ritratto da Elisa Dondero © Dondero

Fig. 16 Mario Dondero ritratto da Elisa Dondero © Dondero

Fig. 2 Parigi, clochard nel metro, 1963 © Mario Dondero

Fig. 2 Parigi, clochard nel metro, 1963 © Mario Dondero

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