Gli italiani cacciati da Tunisi: accadde negli anni ’60, quando i profughi eravamo noi

0

20 marzo 1956: la Tunisia ottiene l’indipendenza dalla Francia. Una data storica, che segna una nuova era per il popolo tunisino, ma non solo: pochi sanno che quella data cambierà anche il destino degli italiani di Tunisia. L’anno successivo, il 25 luglio 1957, si proclama la Repubblica. Nel 1959 si emana una legge sulla manodopera, attuata per sostituire la manodopera europea con quella locale; segue nel 1964 la legge sulla nazionalizzazione delle terre agricole, con la quale il governo tunisino espropria le terre di proprietà degli stranieri.
In questo modo, privati delle proprietà e delle risorse economiche, gli italiani di Tunisia partono per l’Italia, il Paese dei propri avi, in cui la maggior parte di loro non ha mai messo piede. «Ecco, alla fine ci è toccato. A noi che non lo credevamo possibile, che ci sapevamo con radici profonde. Anche a noi, come a tutti quelli che ci avevano preceduto, che chiamavamo folli per aver voltato le spalle alla loro terra e puntato lo sguardo oltre il mare. Ora la fiumana è giunta fin qui e ci sta trascinando via. Dobbiamo chinare la testa e lasciarci portare. Come tutti».

«La traversata del deserto» di Marinette Pendola, libro autobiografico – l’autrice è nata a Tunisi e insieme alla famiglia ha dovuto lasciare la Tunisia nel 1962 – e corale allo stesso tempo, narra proprio questa parte della storia italiana di cui pochi sono a conoscenza, attraverso il viaggio di una famiglia da Tunisi ai campi profughi di Napoli. «La mia famiglia era in Tunisia dalla fine dell’Ottocento – racconta l’autrice -: era arrivata all’epoca della grande ondata migratoria, probabilmente con gli stessi mezzi che si usano ora in senso inverso, i barconi dei pescatori. I miei genitori sono nati in Tunisia. Quello era il loro paese e il nostro. Partire è stato veramente uno sradicamento di una violenza inaudita, tanto più che l’Italia era per noi un paese straniero. Partire è stato davvero come morire. Morire a quella vita per rinascere a una nuova. Allora però non sapevamo che ci sarebbe stata una rinascita. Ci sentivamo come viaggiatori senza meta. Avremmo dovuto trovare la nostra strada in questo percorso nebuloso. Eravamo smarriti. Questo narra il romanzo. Eravamo italiani per i documenti e anche per la volontà di esserlo, ma solo in Italia lo siamo diventati. Ci sentivamo stranieri. Il paese ci appariva provinciale e arretrato rispetto agli standard in cui vivevamo, le persone spesso diffidenti e poco disposte all’accoglienza. Ambientarsi è stato lungo e duro. Nei capitoli finali del romanzo, narro alcuni episodi di quest’adattamento». Il titolo nasce da un pensiero del capofamiglia durante il viaggio in nave: «Lei non ha voluto conservare niente. Pochi ricordi, quelli indispensabili. È come se avesse voluto chiudere un cassetto definitivamente. Se ne aprirà uno nuovo quando avremo un posto nostro dove stare. Nuova casa, nuovi mobili, nuovi oggetti, nuova vita. Adesso non siamo né qua né là. Stiamo navigando nel nulla. Stiamo attraversando il deserto. Nessuno sa cosa accadrà alla prima oasi. So per certo che viaggiare non sarà più la stessa cosa, che metteremo radici nel posto che Dio vorrà e nessuno più riuscirà a strapparle. E so che ho quarant’anni e non ho più niente a cui aggrapparmi».

L’INIZIO DI UNA NUOVA VITA

Il viaggio si compie man mano che i personaggi si raccontano. Nei primi otto capitoli ogni membro della famiglia si presenta attraverso le proprie aspettative e paure per l’inizio di questa nuova vita. C’è il nonno, partito da Sciacca quando era picciriddu, che si ricorda poco o niente di Palermo; il bambino che spera di poter giocare con i cuginetti; Lucia che sogna di poter finalmente lavorare come commessa in profumeria per esser indipendente e andare all’opera e ballare; le nonne che ricordano le proprie vicissitudini da giovani; Giovanni, il capofamiglia, che spera di poter trovare subito lavoro, perché solo in questo modo potranno uscire il prima possibile dal campo profughi; la bambina, finora la prima della classe, che ha paura di non farcela, dovendo imparare una nuova lingua e una nuova storia. La bambina è il personaggio che più assomiglia a Pendola: «In realtà i personaggi del romanzo sono tutti membri della mia famiglia. In Tunisia non vivevamo tutti insieme, ma i miei genitori decisero di non abbandonare i nonni e quindi fecero in modo che partissero insieme a noi». Ma non è stato facile portare alla luce questa storia: «Per raccontarla, sarei dovuta scendere nella profondità dei ricordi, alcuni rimossi e quindi avere la forza di portarli alla luce, di confrontarmi con loro, di riattraversare il dolore. Per molto tempo non ne ho avuto il coraggio. Inoltre, dopo il mio primo romanzo La riva lontana [Sellerio, 2000], pensavo di aver pagato il mio tributo all’autobiografismo e di potermi lanciare in altre storie, altre narrazioni. Ma questa tornava a far capolino, voleva essere raccontata, si presentava puntualmente appena mi accingevo a scrivere. Fino a quando non ho ceduto. È stato importante per me scriverla: mi ha permesso di ripercorrere questa terribile frattura della nostra vita e di andare oltre. In qualche modo è stato come curarla, ricomporla, darle la giusta importanza in una vita che contiene tanti altri momenti importanti che sono soprattutto quelli legati ai miei affetti familiari». La famiglia arriva a Napoli e da lì viene indirizzata al campo delle Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone, su richiesta di Giovanni, in quanto lì si trovano la sorella Anna e il cognato Carlo. Sembra di avere sotto agli occhi la situazione dei profughi di oggi, anche se con qualche differenza: il doversi ritrovare punto a capo, l’ imparare una nuova lingua, il confrontarsi con la diffidenza della gente.

NEL CAMPO PROFUGHI DI NAPOLI

«Quando arrivammo a Napoli – prosegue l’autrice – fummo indirizzati al Campo Profughi de Le Fraschette di Alatri. Durante la stesura del romanzo ho voluto documentarmi su questo campo e ho scoperto che fu un campo d’internamento durante la seconda guerra mondiale e che vi furono internate intere famiglie slave. Perciò ho creato il personaggio di Milìca, la bambina slava che viene da un’altra epoca e che appare ai due bambini. Per documentarmi sulla vita quotidiana ho letto il diario della suora che si curava di questa gente. Alcuni elementi nel romanzo, come il fatto che questa bambina non indossi gli zoccoli, ma li porti in mano, sono tratti proprio da questo scritto. La presenza di Milìca nel romanzo assume un valore particolare: permette di relativizzare il dramma dei due bambini sradicati che è davvero una piccola cosa di fronte alla tragedia vissuta da Milìca. Inoltre, questo personaggio vuole essere un omaggio a tutti i bambini vittime innocenti delle guerre». Da Alatri, dove non mancano le difficoltà, la famiglia si trasferisce nella Bologna del boom economico e piano piano, tassello dopo tassello, prende il via la loro nuova vita. «Il padre è tornato dal nord. La loro casa, la loro vita saranno a Bologna. Per la madre una città vale l’altra, ma sapere che esiste un luogo da qualche parte sulla mappa di questo paese, in cui poter sistemare ogni piccolo oggetto del quotidiano, in cui crearsi nuove abitudini e, chissà, forse nuove amicizie, le dà la certezza che la traversata stia per terminare».

“La traversata del deserto” di Marinette Pendola, Arkadia, 2014, 120 p.

Marinette Pendola è nata a Tunisi da genitori di origini siciliana. Insegnante nelle scuole superiori di lingua e letteratura francese, vive a Bologna e fa parte del gruppo di lavoro “Progetto della memoria” istituito dall’ambasciata italiana a Tunisi negli anni ’90, cui sono legate numerose pubblicazioni, tra cui L’alimentazione degli italiani di Tunisia (Tunisi, Finzi, 2005), Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (Editoriale Umbra, 2007). I suoi studi hanno ispirato anche La riva lontana (Sellerio, 2000), romanzo autobiografico che ripercorre un’infanzia tunisina nel periodo coloniale.

traversata deserto (1)

Share.

Lascia un commento