Roberta De Monticelli, filosofa: «C’è nella nascita qualcosa di imprevedibile. È l’unica esperienza di trascendenza che chiunque può vivere»

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In un suo saggio del 1928 un grande teologo cattolico, Romano Guardini, descriveva «l’inquietudine dell’uomo che avverte le vicinanza dell’infinito». Siamo dunque autorizzati a ritrovare nel Natale – l’evento in cui, secondo il cristianesimo, l’aldilà di Dio e l’aldiquà dell’uomo si compenetrano – una fonte di inquietudine per il pensiero? Vi è un rapporto tra il «Natale di Gesù» e le diverse forme di «nascita-rinascita» che gli esseri umani, credenti e no, sperimentano nel corso delle loro vite? Abbiamo posto alcune domande su questo tema a Roberta De Monticelli, docente di Filosofia della persona all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, un’autrice che guarda con autonomia critica e insieme con grande rispetto e interesse alla fede cristiana.

Dal punto di vista della filosofia l’idea del Natale, dell’incarnazione di Dio, non costituisce un elemento «perturbante»? Di per sé, rappresenta l’Evento per antonomasia, nel senso di qualcosa che giunge veramente a noi «da altrove», che non può essere predetto secondo una concatenazione di cause ed effetti…
«Dal punto di vista della filosofia, lei dice… Non so se ce ne sia uno solo. Certo, c’è in ogni nascita qualcosa di imprevedibile e irreparabile; e in questo senso di “assoluto”, di sciolto dai legami dell’abitudine e della quotidiana ricerca di ragioni e motivazioni. Qualcosa erompe con una violenza – anche fisica – che non si dimentica. È forse la sola esperienza di trascendenza che chiunque possa vivere, in profondità e senza intellettualismo alcuno. Una “religione” (preferirei però parlare di una “spiritualità”) che colga questo aspetto della vita e ne faccia la principale porta d’accesso al divino, qui sulla terra, ha certamente colto in profondità il paradosso dell’esistenza umana, in cui la cognizione del valore è in primo luogo cognizione del dolore. E infatti è nel cuore dell’ inverno e della notte che il Natale avviene – è il loro sole, in prossimità del solstizio d’inverno. Ma una nascita è fra i modi del bene il più grande per la speranza umana: è la vita ancora intatta, ancora tutta possibile. Il bambino nascente ha sempre le misteriose sembianze, un po’ orientali, di un piccolo dio: scorgiamo in lui un nucleo di misteriosa beatitudine e passeremo tutta la vita a interrogare la nostalgia che ne abbiamo, come solo nostro legame originario con qualcosa di simile alla vita eterna, tutta raccolta e presente e assorta. Ben presto la vita eterna decade nel tempo e il piccolo dio diventa quello che ciascuno di noi è – un povero cristo tanto più lontano dalle sue origini “divine” quanto più  disperatamente è intento a salvarsi l’anima, nello scadere degli anni e delle promesse… Ha un senso dunque che il Natale sia una festa per l’infanzia, anche se poi, nella maggior parte dei casi, facciamo in modo che anche l’infanzia ne sia dissipata».

William James, citando gli studi di James Henry Leuba sulla psicologia dell’esperienza religiosa, scriveva che «Dio non lo si conosce, né lo si comprende; lo si usa». L’idea del Natale non suggerisce di ritornare quest’affermazione? Non dovrebbe indurci a distinguere tra mille bisogni particolari, per cui si può eventualmente ricorrere a una «divinità tappabuchi», e la dimensione della gratuità, del desiderio di ciò che è «più che necessario»?
«Le divinità tappabuchi servono a consolarci della morte, mentre il Natale rappresenta l’assoluto del nascere. In questo senso sì, l’abbiamo detto, è pura gratuità. Anche se poi diventa la festività di origine religiosa che maggiormente incide sull’economia e sul PIL. Forse, anche da questo punto di vista, James non aveva poi tutti i torti».

L’idea del Natale – anche al di fuori di un’esplicita adesione di fede – non consente comunque di mantenere aperta la storia umana? Di resistere alla rassegnazione e al cinismo? Pensiamo a una bella formula di Agostino, polemica contro le antiche concezioni della reincarnazione e dell’eterno ritorno dell’eguale: «Sono ormai stati respinti quei cicli per i quali si pensava che l’anima dovesse sempre ritornare alle stesse miserie». Nella nostra epoca, non servirebbero appunto dei buoni motivi per tornare a pensare che l’avventura umana possa continuare, che non sia destinata a girare in tondo?
«Lei ha ragione. Di Agostino, si potrebbe citare anche un’altra famosa espressione: Initium ergo ut esset, creatus est homo («L’uomo fu creato per essere un inizio»: perché si desse storia, o per portare cose nuove al mondo…). Eppure, dove sussiste quell’ultima traccia di anno liturgico che sono nel mondo le “feste comandate”, capiamo come la ciclicità sia tutt’altro che superata dal nostro essere; capiamo come ogni vita sia fatta di “eterni ritorni”, che possono essere angosciosi o felici a seconda che il nostro sentire e i beni di cui si nutre siano come la luna calante, o come quella crescente… È vero, alla maturità del nostro pensiero ha giovato, nonostante tutto, il concetto di creazione, che dovrebbe farci intendere il mondo come di fatto è: genesi continua del nuovo, che esce dalle nostre mani e non sempre è cosa buona. Ma poche cose sono state ingannevoli, traendo ispirazione dalla teologia cristiana e dallo stesso Agostino, quanto le filosofie della Storia – questa divinità barbarica, rude e feroce, che non conosce che la forza e la ragione dei vincitori. Ecco, credo che una vera, nuova teologia dovrebbe riconoscere la grande lezione delle civiltà sconfitte e perdute, che quasi erano depositarie di tesori preziosi. Simone Weil ce ne ha portato un esempio nei suoi saggi sulla civiltà occitana del Sud della Francia, civiltà che la ferocia di un cattolicissimo potere soffocò nel sangue, all’inizio del Duecento».

Nella predicazione cristiana, il tema del Natale si accompagna tradizionalmente al richiamo a convertirsi. Oggi, però, per l’uomo piuttosto diffidente del XXI secolo, che senso può avere la parola “conversione”?
«Questa è una domanda molto difficile, soprattutto se è rivolta a una che si crede non credente, anche se non indifferente alla dimensione religiosa. Cercherò di rispondere a modo mio. “Credere” è un verbo che si dovrebbe usare entro delle proposizioni, che abbiano un contenuto accessibile alla nostra esperienza, alla nostra mente e alla nostra ragione. Qui, si tratta di giudicare attendibili, verosimili, delle tesi o delle norme più o meno razionalmente fondate. La fede in senso religioso è tutt’altra cosa, e io non ritengo che abbia a che vedere con delle proposizioni o con i dogmi. Con che cosa, allora? Non lo so, ma penso si tratti di qualcosa di più simile alla “fiducia”. In effetti, fra le virtù teologali la fede è forse la sola a ricevere una definizione in senso proprio, ma questa rimanda terminologicamente alle due altre virtù, più note – almeno come idea – ai poveretti che noi tutti siamo. Con Dante, che cita san Paolo: “Fede è sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi”. Essa si alimenta di una speranza, che allarga il respiro, e di un amore, che apre gli occhi prima addormentati o ciechi. E questa è la cosa più simile che ci sia a una “conversione”, che in greco si dice metànoia, “cambiare la mente”. È ciò che oggi i filosofi cercano esplorando il mondo delle emozioni: terremoti del pensiero, perché in esse si alternano montagne e abissi di valore o di disvalore, come solo l’amore e il lutto ti fanno scoprire. Procedendo in questa ricerca, comprendi, a tratti, di aver guadagnato un po’ di verità. Altre conversioni non conosco; ma tutti sanno cos’ è questa, che si attua quando nasce un bambino o muore un uomo».

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