Natale/Il cristianesimo non finisce. Ne nasce uno nuovo

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«Verbum caro hic factum est». Cosi si legge nella casa-grotta di Nazareth dove l’archeologia e la memoria cristiana pongono l’avvenimento dell’annunciazione a Maria. «Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est» si legge invece nella casa grotta custodita nella Basilica della Natività di Betlemme. Da ultimo, a Ein Karem, sulla chiesa di San Giovanni Battista si trova scritto: «Hic precursor Domini natus est».
Un avverbio di luogo – qui – ribadisce con forza che la vicenda cristiana è sempre situata in un luogo e in una storia concreta. In questo sta la differenza cristiana. Che ci fa abitare il mondo, il nostro mondo, con speranza. Il tempo che viviamo, la terra che abitiamo, non sono solo lo sfondo in cui avviene la vita del credente; noi non viviamo in una realtà o in una società a parte. La nostra vicenda ci vede collocati dentro la città di tutti dove Dio è presente. Per questo, è bandito ogni risentimento, ogni sguardo malevolo sul tempo presente e sugli uomini che lo abitano.

LA STORIA COME LUOGO TEOLOGICO

Lo abbiamo scritto più volte: ogni tempo ha le sue ricchezze e le sue pene, i suoi segni di speranza e i suoi abissi. Tutti i tempi sono tempi di crisi, di passaggio, di cambiamento; nessuna età della storia umana è stata un’età di progresso inarrestabile, stabilità, saggezza, benessere. Dunque il tempo che ci è dato da vivere non è migliore o peggiore di altri tempi. Però ci è chiesto di viverlo con passione, tentando di intravedere in esso i pertugi dentro cui, spesso in modo inedito e sorprendente, Dio si fa trovare. Dopo l’incarnazione la grande basilica dove i cristiani trovano le tracce del Dio di Gesù è il mondo. La storia è il luogo teologico dove Dio si fa trovare. Per fare questo, occorre cercare di vivere la “simpatia” piuttosto che l’antipatia verso il mondo, sforzarsi di vivere la “compagnia” con le donne e gli uomini del nostro tempo e, invece di barricarsi e difendersi da un nemico, avvertire che “la cultura attuale non è deprecabile; è invece il kairos, il momento opportuno per raggiungere ciò che ci sta più a cuore” (S. Fausti).

NON È LA FINE DELLA FEDE MA DI UNA CERTA FEDE

Sarebbe cosa buona dunque assumere un altro sguardo sul tempo presente. Un’immagine che mi piace molto – natalizia! – è quello del parto. Si sono rotte le acque. Oggi,ci troviamo di fronte ad un mondo che muore e ad un altro mondo che nasce. Una grande mutazione socioculturale che tocca tutti i settori e riguarda, beninteso, anche il cristianesimo. Come dice il gesuita André Fossion: «C’è un cristianesimo che muore, ma anche, possiamo sperarlo, un cristianesimo che nasce». Come a dire che i disequilibri attuali non stanno producendo la fine del mondo, ma la fine di un certo mondo e l’inizio di un mondo nuovo. Il vangelo non è messo in scacco, è messa in scacco la modalità con la quale noi cristiani lo abbiamo fino ad ora vissuto e comunicato, ma questa è un’altra cosa. Ciò che stiamo vivendo non è la fine della fede, ma di una certa fede. Non è la fine del cristianesimo, ma di un certo cristianesimo. Non è la fine del mondo, ma di un certo mondo. Ma già possiamo vedere i germi del ricominciamento.
Dalla grotta di Betlemme dove il nostro Dio prende corpo e volto nella vicenda di un cucciolo d’uomo, viene la consolazione che lo Spirito del Signore non si è fatto sfuggire di mano la storia e che questa va verso il suo compimento e non verso il suo sfacelo, l’impegno a sentirci solidali con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a guardare e denunciare con occhio critico tutto ciò che disumanizza la storia umana ma, insieme, il compito di avere occhi nuovi per riconoscere dentro la nostra storia i segni, mai scomparsi, di un Dio che prende casa dentro le nostre case, volto dentro i nostri volti.

Auguri!

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