Paolo, malato di Aids: non chiudeteci in un ghetto

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Ho avuto modo di incontrare Paolo al convegno “Aids, occasione persa?”, organizzato dalla Caritas Diocesana e dalla Comunità Emmaus nell’ambito del progetto «Osare la Speranza 2.0», e in occasione della giornata mondiale contro l’Aids che ricorre il primo dicembre. Paolo, bergamasco, convive con l’Hiv da vent’anni. Una persona malata, che sta soffrendo, dunque, ma in cui ho percepito una grande dignità, unita a un forte desiderio di vivere. E di testimoniare, con la sua stessa presenza, oltre che con le parole, il  bisogno di sentirsi parte di una comunità, di stare in mezzo agli altri, pur consapevole del male che, suo malgrado, porta dentro di sé. «Voglio ringraziare l’Ospedale Papa Giovanni XXIII che mi ha permesso di essere ancora qui oggi e tutte le associazioni che nel mio percorso mi hanno lasciato un po’ meno solo». La solitudine, l’indifferenza, l’emarginazione. Problemi che purtroppo fanno parte del vissuto di chi ha contratto questa terribile malattia ma che oggi, secondo quanto testimoniato non solo dagli stessi malati ma anche dagli operatori del mondo del volontariato, risultano ancor più accentuati da uno stigma sociale e da episodi di discriminazione dovuti essenzialmente a un’ignoranza di fondo dell’Aids e delle sue caratteristiche. «Il percorso terapeutico è molto difficile di per sé, ma oltre al peso della malattia spesso veniamo discriminati- racconta Paolo- un po’ ci autoescludiamo per senso di colpa, ma tutto ciò che chiediamo è poter vivere il nostro problema in maniera normale, senza farci sentire imprigionati in un ghetto».

I DATI DELLA BERGAMASCA: ANCHE I GIOVANI A RISCHIO

Nel corso del convegno sono stati illustrati gli ultimi dati disponibili sulla malattia a livello provinciale, elaborati dall’Asl di Bergamo, da cui è emerso come il problema riguardi anche i giovani. Su un totale di 2.729 soggetti con infezione da Hiv o Aids, infatti, 108 sono giovani dai 15 ai 29 anni. L’Hiv si può dunque contrarre attraverso qualsiasi tipo di rapporto sessuale non protetto o con lo scambio di siringhe infette. In questo senso diventa fondamentale la prevenzione: in caso di dubbio è sempre possibile effettuare il test (in forma anonima e gratuita) negli ambulatori dell’Asl diffusi sul territorio. Analogamente, l’Ospedale Papa Giovanni XXIII mette disposizione un servizio simile presso l’ambulatorio delle malattie a trasmissione sessuale. Non bisogna inoltre dimenticare che la Lombardia è la regione d’Italia a più alta incidenza per infezioni da Hiv e che Bergamo è la terza provincia a livello regionale dopo Milano e Brescia.

LASCIARSI TOCCARE DALLA FRAGILITA’

Al termine del convegno don Claudio Visconti, direttore della Caritas Diocesana, ha voluto condividere con i presenti un passo dal Vangelo secondo Marco: secondo don Claudio, infatti, in questa lettura ci si può trovare la sofferenza di una persona malata di Hiv. Ecco il passo: “Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Questa lettura mi ha toccato profondamente: quante volte sono riuscito a mettere in pratica questo insegnamento di Gesù, che non solo si lascia toccare da una persona malata, ma addirittura la chiama “figlia”? Non sempre è facile, ma la cultura dell’inclusione è l’unica strada possibile, come ha spiegato lo stesso don Claudio: «Dobbiamo sentire dentro di noi la disponibilità a una cultura dell’accoglienza, dell’incontro e della condivisione. Questo ci dice Gesù. Conosco e sono amico di alcune persone sieropositive e da loro ho imparato molto: in molti di loro ho visto una ricerca di qualcosa di più grande che non hanno mai conosciuto, anche per le sofferenze che si portano dentro e che ci fanno da maestre».

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