Il tempo passa. Tra antiche saggezze e urgenze moderne

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Un anno finisce, un altro anno inizia. Non c’è molto spazio per grandi considerazioni fra cenoni e botti. Ma non ci scoraggiamo e vorremmo tentare lo stesso qualche spunto del genere: che senso ha un appuntamento così con la festa così fracassona, in mezzo alla crisi che non passa mai?

IL TEMPO DEGLI INDAFFARATI E IL TEMPO DEI DISOCCUPATI

Soprattutto in questi anni, gli anni della crisi si sono accentuati gli estremi. Esiste il tempo di chi lavora. Siccome è crisi, il lavoro, anche quando c’è, bisogna rincorrerlo e il tempo non basta mai. Esiste un esercito di indaffarati, di eterni indaffarati che vivono correndo. Costoro non riescono a trovare il tempo per sé, per la famiglia, per gli amici. Naturalmente non lo trovano neppure per prendersi cura della loro fede, quando la fede resiste ancora. La fede, infatti, è come per la persona amata: se non dispongo di tempo esclusivo per lei, tutto è a rischio. E, anche se lei non dimentica me, sono io che, a poco a poco, dimentico lei e l’amore, diventato a una sola direzione, non è più amore e muore. Ma esiste il tempo opposto, il tempo di chi non lavora o non può lavorare: non solo i disoccupati, ma anche gli ammalati, i vecchi. Per costoro, che non hanno nulla da fare o non possono fare nulla, il tempo è troppo e avanza sempre. È un tempo che non passa mai, quindi tempo della stanchezza, della noia, della tristezza. E il tempo troppo vuoto dei vecchi e dei disoccupati diventa ancora più scandalosamente evidente se paragonato con il tempo troppo pieno degli indaffarati. Si potrebbe dire, per riassumere, che i due atteggiamenti sono ambedue forme di distrazione, di incapacità di aderire veramente agli eventi della vita, o per eccesso o per difetto delle cose che dobbiamo fare o che non riusciamo a fare.

L’ISTANTE FUGACE E PREZIOSO

Ora, di fronte a questa schizofrenia del tempo, noi credenti abbiamo qualcosa da dire o da dare che ci viene dalla nostra fede e soprattutto dalla fede che abbiamo proclamato in questi giorni? Non abbiamo soluzioni facili, ovviamente, soltanto suggerimenti per provare a elaborare qualche stato d’animo buono diverso dalla frenesia del troppo o dalla noia del troppo poco. Forse potremmo ricuperare una raccomandazione che molta spiritualità tradizionale proponeva: vivere il momento che ci viene dato ora come se fosse l’ultimo della nostra vita. E dunque qualcosa su cui impegnarci interamente, prezioso, unico, decisivo. Ma, insieme – mi pare, se non ricordo male, che sia Bonhoeffer a suggerire questa “correzione” – affrontare questo istante presente-ultimo come se avessimo ancora davanti a noi un tempo lunghissimo da vivere. Questa tensione fra il presente preziosissimo e il futuro indefinito la potremmo chiamare “il tempo dell’anima”, il tempo dello spirito che sa mettere insieme il carattere unico di ciò che ci tocca vivere ora con il suo significato alto e ultimo.

TEMPO NATALIZIO

Non è questo uno dei tratti possibili del mistero del Natale che abbiamo vissuto in questi giorni? Mi pare proprio di sì. Il Bambino nasce a Betlemme, in quel preciso tornante della storia (Luca, in particolare, ama molto questa dimensione storica del Natale). Ma appena nato, il cielo si apre ed è tutto uno svolazzare di angeli in festa sopra la stalla del Natale. Quel tempo limitato è pieno di Dio e dunque cambia completamente senso. È proprio una quadratura del cerchio, una splendida quadratura del cerchio. Bellissima e impegnativa. Ma i credenti, da sempre, non sono chiamati a fare cose facili, ma cose belle e a proporle, come belle, a tutti i loro compagni di viaggio. Auguri.

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