La storia di Nadia: “Ero sola, dormivo in auto. Ho fatto degli sbagli. Ma ora, ecco la mia seconda vita”

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Il disagio psichico può infilarsi anche in una vita «normale» e sconvolgerla. Ci si può ammalare di tristezza e solitudine e scivolare giù, dove non si penserebbe mai. Ma poi si può anche uscirne, anche se ci vuole tanto coraggio. Come ha fatto Nadia.

C’è una luce che oscura in bellezza e in splendore qualsiasi altra, comprese quelle che illuminano le case, la città e i centri commerciali in questi giorni di festa. È quella che si accende nel cuore e negli occhi quando si trova la propria strada. Quando si trova, insomma, una stella che accompagni il cammino. Un sogno da seguire. Può succedere sempre, anche quando sembra di trovarsi in mezzo al guado. È quello che è capitato a Nadia, che ha conquistato la sua “stella” con fatica e coraggio.
Nadia adesso ha trentaquattro anni. Ne sono passati otto da quando è iniziato il suo inferno personale. «È incominciato tutto quasi senza che me ne rendessi conto» spiega. Un amore finito, e Nadia si è ammalata di tristezza e di solitudine. Lavorava come impiegata in un’azienda: «A un certo punto i proprietari hanno incominciato a trasferire la parte produttiva all’estero – racconta – e poco dopo anche le strutture commerciali e gli uffici, a poco a poco, sono diventati inutili». Così il disagio di Nadia è raddoppiato: al lavoro un forte senso di insicurezza, a casa la solitudine, il malessere, gli attacchi di panico. E non ha retto.
«Mi hanno lasciato a casa – continua – e la situazione è diventata sempre più difficile: ho consumato i pochi soldi che avevo da parte, ma poi non potevo più pagare l’affitto, e mi hanno sfrattato. Ho dovuto andarmene da casa. Mi vergognavo, non sapevo a chi chiedere aiuto, stavo male, perciò ho deciso di arrangiarmi come riuscivo. Sono andata a dormire in macchina. Mi sistemavo sotto il viadotto di Boccaleone». Ma non aveva paura? «Sì, all’inizio sì, ma poi mi sono abituata. Sapevo che ogni tanto passava la polizia a controllare». Di giorno viveva di espedienti, chiedeva qualche spicciolo per comprare un po’ di cibo. «Non credevo di potermi ridurre in questo modo, eppure è successo. Non avevo degli amici veri su cui contare, con la mia famiglia abbiamo cambiato spesso casa negli anni, non abbiamo messo radici. Ma in ogni caso non avevo la forza di chiedere aiuto a nessuno, mi ero chiusa in me stessa». Di giorno Nadia si rifugiava all’Oriocenter: «Lì faceva caldo, potevo stare quanto volevo, mischiarmi alle altre persone, nessuno ci faceva caso, mi sedevo, guardavo le vetrine, ascoltavo la musica. Ma poi un giorno ho avuto la tentazione di prendere qualcosa da mangiare. Avevo fame, avevo voglia di qualcosa di diverso dalle cose che riuscivo a comprarmi con i pochi soldi che avevo. Non so che cosa mi ha preso. Ho rubato. Sapevo che era sbagliato, non sono riuscita a trattenermi, l’ho fatto». Nadia è stata subito individuata dalle telecamere e fermata. «Ho pensato che fosse la fine per me, ma in realtà, forse, pensandoci adesso, è stata la mia fortuna». I giudici l’hanno obbligata a entrare in una comunità. «Ho trascorso due anni e mezzo in una comunità a Vertova, dove c’erano altri giovani nella mia stessa situazione. Mi hanno curato, sono stata seguita da una psichiatra che mi ha dato i farmaci di cui avevo bisogno, e pian piano ho iniziato a stare meglio. Sono stati anni duri, però i miei genitori mi venivano a trovare due volte alla settimana, e questo mi dava coraggio». Poi Nadia ha cambiato casa: «Mi sono trasferita in una comunità più piccola, di seconda accoglienza, “Il Mantello”. Era un po’ come continuare il percorso che avevo incominciato con una maggiore autonomia. Mi hanno accolto come una famiglia. Qui ho iniziato a lavorare, anche perché dovevo dare un contributo di 180 euro al mese per il vitto e l’alloggio. C’erano diversi compiti da svolgere: dovevamo tenere noi in ordine la camera e il bagno, ognuno faceva qualcosa. C’era chi puliva la cucina, chi le scale, chi puliva il salone, il laboratorio. In più io facevo da mangiare per tutti ogni sera. Avevo un buon rapporto con la suora e le altre ragazze della comunità. Sapevo che se avevo bisogno di parlare con qualcuno loro c’erano per me». Nella comunità c’era anche un’educatrice, Manuela: «Anche lei – continua Nadia – mi è stata molto vicina: mi dava consigli sulle cose da fare, mi accompagnava alle visite. Vado a trovarle anche adesso almeno una volta alla settimana». Infine è arrivato il momento di provare di nuovo a camminare da sola: «Ho avuto la possibilità di avere un appartamento in condivisione con un’altra ragazza grazie alla Caritas. È una bella prova perché dobbiamo gestirlo da sole. Ci dividiamo i compiti: la spesa, le pulizie, il riordino, il bucato. Due educatori vengono a trovarci durante la settimana». La cosa più importante però è che Nadia ha ritrovato fiducia in se stessa, e può mostrare con orgoglio la casa perfettamente in ordine, e offrire a chi viene in visita caffé, biscotti e un sorriso sereno. «Ho trovato due lavori: a Dalmine in un negozio di usato e a Ranica in una cooperativa che si occupa di assemblaggio. Entrambi mi piacciono molto, e mi danno speranza: ho iniziato una vita diversa, indietro non si torna, e il futuro mi sembra di nuovo più bello».

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