Giornata del Migrante: così i cristiani e le parrocchie abitano le frontiere

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I confini tornano, invece di sparire, così come i muri tra persone di tradizioni e culture differenti: ma di fronte alle difficoltà proposte dall’attualità, diventa ancora più importante costruire una «Chiesa senza frontiere, madre di tutti». Se ne è parlato al convegno svoltosi a Vertova per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Il tema era «La Parrocchia alla Prova della Pastorale Migratoria»: un invito a riflettere e analizzare le questioni che le migrazioni sollecitano, specialmente a livello parrocchiale.

In modo particolare si è posta l’attenzione sulle sfide con cui il vicariato di Gazzaniga, ospite del convegno, deve confrontarsi quotidianamente, soggetto come le altre parrocchie della diocesi ad una realtà multi etnica e multi religiosa, proprio come ha presentato in apertura don Giovanni Bosio. «Su una popolazione di 20.000 persone quasi 1700 sono straniere, ovvero circa l’8,9% del totale –ha descritto la situazione don Bosio, utilizzando i dati raccolti dal sociologo Marco Zucchelli della Caritas Diocesana Bergamasca-. I paesi d’origine degli immigrati ospitati a Gazzaniga sono diversi, alta la presenza di migranti marocchini, senegalesi, cinesi e romeni, e altrettanto varia è la composizione religiosa: il 45% del totale, ovvero 487 persone, sono cristiane, e di queste 211 cattoliche.» Una convivialità delle differenze, ha specificato don Bosio, citando don Tonino Bello.

Nodo centrale del convegno è stato il messaggio lanciato da papa Francesco: «Dobbiamo costruire una Chiesa senza frontiere, che sia madre di tutti».

Una categoria quella delle frontiere che, come ha descritto don Massimo Rizzi, direttore dell’Ufficio Pastorale dei Migranti, sta tristemente tornando in voga. A causa di eventi discriminatori, di nascenti sentimenti nazionalisti, degli episodi degli ultimi giorni, partendo dai fatti di Parigi, si stanno ricostruendo quelle frontiere che sembravano essere scomparse. «Stiamo vivendo le vicende che accadono al di fuori come se fossero degli episodi accaduti direttamente nelle nostre case – ha spiegato don Massimo -; scossi emotivamente, ci viene naturale costruire delle nuove frontiere, per tracciare una linea di separazione. Dobbiamo invece imparare a conoscere e distinguere i fatti, come ci insegna papa Francesco: l’attacco a Charlie Hedbo, non è legato a ragioni religiosi o migratorie, piuttosto ci interroga sulle questioni che riguardano la laicità e la libertà».

Nelle ricche ed eterogenee realtà parrocchiali è normale e facile doversi confrontare con le frontiere e il tema della migrazione può essere visto e riscontrato in più ambiti.

Don Doriano Locatelli, dell’Ufficio Liturgico Diocesano, ha portato la riflessione su un legame particolare, quello tra la liturgia e l’immigrazione; un’associazione forse di non immediata comprensione, ma che si può sicuramente trovare messa in pratica nelle parrocchie. «Il punto di partenza –ha esordito don Doriano -, è questo: l’incarnazione di Gesù in mezzo a noi. Solo partendo da questo fondamento teologico, possiamo comprendere il concetto d’inculturazione teologica, di interazione e integrazione.» La Chiesa accoglie tutto ciò che c’è di buono e di positivo nelle diverse culture, perché in ciò ritrova i segni del passaggio di Dio, ha continuato don Doriano, spiegando che l’accoglienza è frutto di una conversione e di una scelta, quella di accogliere e di essere accolti. E come farlo, praticamente? «L’integrazione non si ottiene solo proponendo preghiere in lingue differenti dall’italiano –ha puntualizzato don Doriano -, ma attraverso piccoli accorgimenti: un sorriso regalato, facendo posto durante la messa, cantando insieme, ma anche individuando luoghi comuni d’incontro, come nei posti dove vivono gli immigrati. Sono forse banalità, ma l’integrazione passa soprattutto attraverso la praticità.»

Se i cristiani devono imparare ad abitare le frontiere, intrecciando dei legami (ecco spiegato il significato del simbolo utilizzato quest’anno, il puzzle), è utile capire anche come gli immigrati vengono accolti nelle parrocchie della diocesi che ospitano i rifugiati. Si è occupato di delineare un quadro generale Bruno Goisis, presidente e direttore della cooperativa Ruah.

«Prima di tutto bisogna capire chi sono i rifugiati –ha sottolineato Bruno Goisis-: sono per lo più poveri che fuggono dalle guerre, donne che scappano dall’arruolamento forzato, bambini minacciati dai rapimenti; provengono dal Pakistan, dal Mali, dal Senegal e sono meccanici, boscaioli, manovali, ma anche studenti, obbligati a interrompere gli studi per cercare la salvezza.»

I profughi nel 2014 hanno raggiunto un numero di 836 persone; 404 sono stati ospitati nelle 8 strutture gestite dalla Caritas diocesana, mentre le restanti 432 persone sono emigrate nel nord d’Europa in cerca di asilo.

«L’integrazione e l’accoglienza non è facile –ha chiarito Bruno Goisi-: dove all’inizio c’è più ospitalità, si crea ben presto la paura, spesso tra i genitori e gli adulti. L’accoglienza però è un’opportunità e la vera differenza la fanno i giovani: sono loro che accolgono per primi i coetanei immigrati e dall’altra parte, sono sempre i giovani che devono essere coinvolti nelle realtà parrocchiali.»

L’accoglienza, appunto, non è sempre facile: esistono, come ci ricorda Eugenio Torrese, dell’Agenzia per l’Integrazione, delle tessere del puzzle dai colori positivi, ma anche alcune dai colori negativi.  «Le tessere negative sono rappresentate dall’indifferenza, dalla non partecipazione, dalla paura –spiega Torrese -; che lo vogliamo o no, gli stereotipi e i pregiudizi condizionano la nostra quotidianità, inevitabilmente.»

Anche i fatti francesi, ha continuato Torrese, hanno provocato in noi la tendenza alla chiusura, su due binari. Prima di tutto, la gerarchizzazione delle religioni in base alla pericolosità; inoltre, la progressiva discriminazione non solo dei rifugiati, ma anche di immigrati che hanno ricevuto ormai la cittadinanza italiana. «Le frontiere sono a casa nostra e nel nostro bagaglio culturale, ma possiamo ripartire dalle parrocchie: hanno la capacità di creare delle buonissime relazioni, di assemblare un puzzle di integrazione e interazione. Serve unicamente un maggiore impegno.»

L’integrazione e l’accoglienza dell’immigrato, come può concretamente avvenire nelle parrocchie? Il convegno si è chiuso una serie di testimonianze di buona integrazione e collaborazione, inserite sempre nella realtà del vicariato di Gazzaniga. Per valorizzarle, invece di farle scivolare via, abbiamo pensato di proporvele singolarmente nei prossimi giorni. Perciò continuate a seguirci :-).

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