L’Abbé Pierre, il profeta della debolezza

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«Nel Libro della giungla di Rudyard Kipling, il cucciolo d’uomo Mowgli riesce a vincere l’arrogante, cattiva tigre Shere Khan con il fiore rosso, il fuoco, un tizzone ardente. Il passaggio, di generazione in generazione, del tizzone ardente, del fuoco della fede, del fuoco interiore, è la strada, il cammino del popolo di Dio, da Abramo a oggi. Non è la potenza delle pietre dei templi, la forza delle istituzioni umane, ad assicurare al popolo di Dio il suo avvenire, ma il passaggio di generazione in generazione, da persona a persona, di questo tizzone ardente, del fiore rosso della testimonianza. Tutto il popolo della Bibbia è un grande movimento biografico. La storia del popolo d’Israele è un movimento biografico. La storia della salvezza è un movimento biografico. La storia della Chiesa è un movimento biografico. Un movimento di persone. E il mistero dell’incarnazione storica della parola di Dio.   Ecco perché i testimoni diventano cruciali». Cosi amava dire Paolo Giuntella che ripeteva spesso la battuta di padre Pellegrino, l’indimenticato arcivescovo di Torino degli anni Settanta. Come cristiani ce lo dovremmo ricordare più spesso perché il Vangelo cammina coi passi delle donne e degli uomini che osano mostrare con la vita la vicenda di Gesù di Nazareth. Così è stata anche la vicenda dell’Abbé Pierre di cui, nei giorni scorsi, abbiamo ricordato l’ottavo anniversario della morte,

IL FONDATORE DELLE RACCOLTE CARTA STRACCI FERRO

Ricordo la volta che sono salito a Alfortville, un’anonima cittadina di quarantamila abitanti alla prima periferia di Parigi, per incontrarlo. Avrebbe compiuto di lì a poco i novantun anni. Nella piccola camera da letto dell’Abbé, invasa da libri e da fotografie di vecchi compagnons, per due ore ha parlato dei due grandi amori della sua vita: i poveri e Cristo. Per la mia generazione, l’Abbé Pierre era la coscienza credente vigile di fronte all’ingiustizia del mondo, il fondatore delle “raccolte carta stracci ferro” che tanto hanno segnato la coscienza e l’impegno dei giovani di mezz’Europa. Ma più ancora, l’Abbé Pierre era il fondatore del movimento di Emmaus, il movimento dove, ancora oggi, non si fa assistenza gratuita, ma si lavora per venire incontro a chi sta ancora peggio. Piccole comunità sparse in tutto il mondo dove la prima attività lavorativa è la raccolta e la rivendita di cose vecchie. E il ricavato finisce per lo più, una volta soddisfatte le esigenze della comunità, in progetti di sviluppo nel terzo mondo. Come dice il manifesto universale del movimento: «Emmaus è nato nel novembre 1949 dall’incontro di uomini che avevano preso coscienza della loro situazione di privilegiati e delle loro responsabilità sociali davanti all’ingiustizia, con uomini che non avevano più alcuna ragione per vivere. Gli uni e gli altri decisero di unire le proprie forze e le proprie lotte per aiutarsi a vicenda e soccorrere colorO che più soffrono, convinti che salvando gli altri si diventa veri salvatori di sé stessi».

È INSOPPORTABILE ESSERE FELICI DA SOLI

Durante la nostra conversazione, gli chiesi che cosa aveva imparato dai poveri, il regalo più bello che aveva da loro ricevuto. Mi rispose che non bisogna correre il rischio di idealizzare i poveri. Anche loro sono esseri umani, hanno tutti i difetti che l’umanità porta con sé. «Posso solo raccontare – mi disse –  che all’interno di Emmaus abbiamo incontrato poveri che sono stati capaci di mobilitare energia e passione per persone ancora più povere. Che non si sono tirati indietro di fronte al dolore degli altri, che sono stati capaci di vivere la condivisione senza farsi prendere dalle logiche del profitto e del guadagno. Sono loro che mi hanno mostrato che è insopportabile essere felici senza gli altri ed è insopportabile che gli altri soffrano se si ha qualche mezzo e non lo si mette al loro servizio». Gli chiesi poi a quale conversione, come Chiesa, siamo chiamati. Il giudizio era netto. «È una questione immensa. Noi sappiamo bene che la chiesa voluta da Gesù era senza risorse. I dodici apostoli sono stati aiutati dalle donne che li accompagnavano e che donavano loro tempo, cibo e denaro.  Ma tutta la prima comunità era povera, perché non aveva niente se non quello che gli era donato dalla generosità delle persone che avevano l’agiatezza per donare. Così ha vissuto attraverso le persecuzioni: secoli di martirio nei quali la Chiesa non si è arricchita». E ridendo tra se mi disse: «Non sono uno storico ma non credo che il martirio abbia avuto come motivo il possesso dei tesori della chiesa».

L’INCONTRO DA LUNGO TEMPO RIMANDATO CON UN AMICO

Prima di lasciarci, gli domandai se aveva paura della morte. Mi rispose subito, con decisione: «No, affatto! Mi sono trovato più volte vicino: un incidente d’aereo, un altro in montagna. Ricordo sempre molto bene, il momento in cui, durante il naufragio del 1963 sul Rio de la Plata, ebbi la chiara sensazione della fine. Mi abbandonai con una serenità straordinaria, l’anima ripiena di una sola certezza: quando abbiamo messo la nostra mano in quella dei poveri, sicuramente troviamo la mano di Dio nell’altra. Sono sicuro che ogni persona è amata, sostenuta, accompagnata per mano da Dio che è Amore. Occorre essere convinti che Egli vuole solo il vero bene di tutti e di ciascuno, ma questo bene dipende da noi. Capisco benissimo coloro che soffrono, coloro che sono feriti nel più profondo della loro carne e fanno fatica a credere in questo Amore infinito. Non ne sono loro i responsabili, ma noi, noi i privilegiati, noi che abbiamo una casa, un lavoro, la salute, i soldi. Siamo noi i veri colpevoli di impedire agli altri di credere all’Amore. Dopo il naufragio, un giornalista venuto da Parigi mi disse: «Ma quando è stato vicino alla morte, qual è stata la sua reazione?» e senza aver preparato niente risposi: «È l’incontro da lungo tempo rimandato con un amico». E la morte è così. Senza dubbio, il Signore sgriderà ciascuno. Ma essere sgridato da un amico non è come essere ripreso da un vigile. Io penso che la morte sia molto più che l’incontro con un giudice, bensì con un amico. È la parola stessa di Gesù che ce lo dice «non vi chiamo più servi ma amici». Se siamo amici allora non c’è d’aver paura. So di essere amato da Colui che amo, e Colui che amo esiste, nonostante tutto quanto, nel mondo, sembra negarlo. E la morte, è proprio l’incontro con Colui che amo e dal quale sono amato da sempre. Paura della morte? Al contrario, desiderio di morire, perché questo incontro si realizzi: il periodo delle “grandi vacanze”. Non mi giudichi male: Sono molto impaziente. Trovo che la vita duri troppo. Un giorno un giornalista mi ha chiesto: “cosa ne pensa della reincarnazione?” Oh… – gli risposi – una volta basta!».

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