Stadio chiuso. Si protesta. Ma non tutti sono atalantini e l’Atalanta non è tutto

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PROTESTE E CONFRONTI

Stadio vietato. Le reazioni vanno in rapida successione dalla sorpresa all’indignazione alla rabbia. Siamo alla quinta partita, sicché i più caustici cominciano ad immaginare una specie di proibizione vita natural durante. Non si capisce soprattutto perché il governo – la decisione è del prefetto – detti intransigenza proprio nei confronti della tifoseria atalantina. Che sarà “calda”, ma non la sola. Ed esondano i confronti con quanto avviene frequentemente a Roma, dove peraltro ultrà giallorossi e biancocelesti sono indubbiamente meno sanzionati. Osservazione comprensibile, pur se quest’attenzione spasmodica ai tafferugli sul Lungotevere fra Ponte Milvio e Ponte Duca d’Aosta, tenuti sotto costante controllo a Borgo S.Caterina, non si vorrebbe che scadesse a fissazione.

L’ATALANTA NON È UNA FEDE

Tentiamo un’interpretazione. Petizioni, appelli, articoli, attacchi frontali. Iniziative, in alcuni casi, rivelatesi- col senno di poi, ma forse non era così difficile prevederlo – demagocici esercizi tendenti all’autogol. Intanto, quando si tira per la giacchetta chi deve decidere, si fa statisticamente un buco nell’acqua. Inoltre il pugno duro è stato adottato – par di capire – allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica locale, giudicata troppo tifosa della sua squadra al punto da sottovalutare, pur senza giustificarli, gli eccessi degli ultrà. Gli interventi vibranti di cui sopra, intrisi di richiami a quanto sia “importantissima, fondamentale” la prossima gara (prima col Chievo, ora col Cagliari), forniscono a chi osserva dell’esterno l’impressione che a Bergamo l’Atalanta sia qualcosa di soprannaturale, rafforzando la tesi accusatoria.

IL DIRITTO DI ESSERE CITTADINI RISPETTATI

Bersaglio dei più accesi non solo il prefetto ma pure il sindaco, accusato di non farsi sentire. Però mica sono tutti atalantini. Ci sono quelli che il calcio non l’amano, quelli attratti da altri colori, gli appassionati indifferenti al tifo. Tutti con diritto di cittadinanza. Il sindaco deve tenerne conto. Gli abitanti del quartiere dello stadio subiscono danni ogni volta che succedono gli incidenti. E le assicurazioni, addirittura, non accettano più il rischio. Insomma una parte di Bergamo il divieto lo sostiene.

Ciò non toglie, d’accordo, che  tantissimi sportivi veri – cioè né i violenti, né chi fa demagogia – si vedono negato il loro sacrosanto diritto alla partita. Cornuti e mazziati. E questa resta un’insuperabile ingiustizia.

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