La straordinaria esperienza di Taizé

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Sono partiti in cento anche da Bergamo. Su proposta dell’oratorio di Ardesio, si sono aggregati giovani da tutta la provincia: 34 da Boccaleone ma anche da Monterosso, da Albino a Trescore. Con loro, tre preti. Direzione: Praga, dove la comunità di Taizé ha organizzato per il fine anno appena trascorso un’altra tappa del suo “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”. Nella capitale ceca, hanno trovato migliaia di ragazzi e di giovani, cattolici e ortodossi, anglicani e evangelici, provenienti da tutto il mondo. Quattro giorni di silenzio e di preghiera, di incontri e di dialoghi, per tornare là dove si è partiti e costruire “parabole di comunione”.

UN PO’ DI STORIA. GLI INIZI

Dove sta il valore e il fascino ininterrotti da più di cinquant’anni di Taizè? Quando è cominciato il tutto? A raccontarmelo, un giorno, sulla collina della Borgogna, poco distante dall’antica e gloriosa abbazia medievale di Cluny fu lo stesso frere Roger Schutz, fondatore della comunità. «Quando ero giovane, mi stupivo nel vedere dei cristiani che, pur facendo riferimento a un Dio d’amore, sprecavano tante energie nel tentativo di giustificare le loro opposizioni. E mi dicevo: per comunicare il Cristo, esiste forse una realtà più trasparente di una vita donata, nella quale, giorno dopo giorno, si concretizza la riconciliazione? Allora ho pensato che era essenziale creare una comunità di uomini decisi a donare tutta la loro vita e che cercano continuamente di riconciliarsi. Nell’estate del 1940 mi sono detto: “La guerra è scoppiata e c’è una grande sofferenza. È il momento di iniziare a realizzare ciò che nel cuore da tempo”. Così, da Ginevra, mi sono messo in viaggio per la Francia. Partito in bicicletta, sono arrivato a Cluny, dove il notaio mi ha indicato una casa in vendita a Taizé. Era allora un villaggio senza strade asfaltate, né telefono, né acqua corrente. Non c’era un prete fin dai tempi della Rivoluzione. Quando sono arrivato, sono rimasto meravigliato dall’accoglienza cordiale da parte di alcune persone anziane. Una di esse mi invitò a pranzo e mi disse: “Resti qui, siamo così soli e gli inverni sono tanto lunghi…”. E così ho scelto Taizé. Di lì a poco, avendo saputo dove vivevo, alcuni amici mi hanno chiesto di nascondere dei rifugiati che fuggivano dalla parte della Francia che era stata occupata dai nazisti. Sapevo che per creare una comunità non dovevo aver paura di essere presente là dove la prova era più dura”». Nel piccolo villaggio borgognone Roger comincia ad accogliere profughi, soprattutto ebrei. Alla fine del 1942 è a Ginevra, per un breve soggiorno: la Francia, dall’11 novembre di quell’anno, è sotto l’occupazione totale dei nazisti. La sera stessa, la Gestapo arriva anche nella casa di Taizé. A Roger non è più possibile tornare, fino alla Liberazione, nell’autunno del 1944. Nel frattempo, a Ginevra, incontra Pierre, Max e Daniel, i primi fratelli – tutti riformati – che inizieranno con lui l’avventura monastica e che, il giorno di Pasqua del 1949, accetteranno l’impegno per tutta la vita della comunione dei beni, del celibato e della vita comune. Senza essere stati sempre compresi dalle loro chiese d’origine (per le quali il monachesimo non ha molto senso), i primi passi della comunità coincidono con i primi passi faticosi dell’ecumenismo.

L’INCONTRO CON PAPA GIOVANNI

Fu ancora frère Roger a raccontarmelo: «Il cardinale Gerlier, l’allora arcivescovo di Lione, che nel 1958 prese l’iniziativa d’introdurci da Giovanni XXIII appena eletto Papa. Desiderando deporre sul suo cuore la causa della riconciliazione dei cristiani, il cardinale domandò a Giovanni XXIII che la sua prima udienza fosse per Taizé. Perché così in fretta? Perché si ricordi bene di ciò che gli avremmo detto, spiegò il cardinale. Giovanni XXIII accettò “a condizione che non mi facciano delle domande troppo difficili”. Fin da quel primo incontro, Giovanni XXIII impresse su di noi un segno insostituibile». Così, un po’ alla volta, per luterani, riformati, ortodossi e cattolici, la comunità diventa un punto di riferimento nel cammino dell’ecumenismo. In particolare, grazie a Max Thurian (che, verso la fine della sua vita, nella metà degli anni ottanta, viene ordinato sacerdote) la ricerca teologica della comunità è intensa e sistematica. Dopo il Vaticano II, a Taizè cominciano ad entrare i primi fratelli cattolici (negli anni cinquanta e sessanta diversi furono gli anglicani) mentre, nel frattempo, la vocazione dei monaci si precisa: cercare la riconciliazione tra i cristiani e tra gli uomini e i popoli. La risposta di moltissimi giovani di Paesi di tutto il mondo che, in ogni periodo dell’anno, affollano la collina li incoraggia a credere “nell’insperato”. Agli inizi degli anni settanta, la Comunità lancia l’idea del “Concilio dei Giovani” che viene aperto a Taizé, alla presenza di quarantamila persone, nell’agosto del 1974 e, negli anni seguenti, viene promosso il “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra” che prende forma visibile negli incontri in tutti i continenti e negli “Incontri Europei di fine anno”: città e capitali europee che si riempiono per accogliere, per lo più in famiglie, decine di migliaia di giovani. Per l’incontro europeo, frère Aloise (di origine tedesca, succeduto a frère Roger dopo la sua morte, avvenuta nell’agosto del 2005) scrive la “Lettera”, tradotta in 58 lingue, di cui 23 asiatiche.

LA CHIESA DELLA RICONCILIAZIONE

Chi è stato a Taizé sa che il suo cuore non è dato dalla molteplicità di lingue né dal vociare animato che si ascolta nelle piccole stradine della collina. Il cuore è un edificio in cemento armato, perfino a brutto a vedersi. E’ “la chiesa della riconciliazione” costruita da una Ong tedesca nel 1962 e ampliata alla fine degli anni ottanta e che ha sostituito la chiesa romanica del villaggio, presto troppo piccola per i monaci. Tre volte al giorno – alle 8,30, alle 12,20 e alle 20,30 – tutta la variegata comunità umana che vive e sosta a Taizé si dirige verso la chiesa. Nell’abside, dietro una pila di mattoni forati al cui interno sono disposti una miriade di lumini, cadono delle grandi tele di color arancio vivo, simili alle vele di una nave che invitano a levare l’ancora. E poi fiori, arbusti, bacche disposti davanti all’icona di Maria e alla croce. L’effetto è notevole anche perché il resto della chiesa è in penombra. La luce è discreta e proviene da lampade che scendono dal soffitto e dalle vetrate a colori disegnate da frère Eric, l’artista della comunità. Non vi sono banchi e sedie ma piccoli sgabelli in legno: per tutta la chiesa è stesa la moquette e chi entra si dispone in ginocchio. Al centro una lunga fila corre lungo tutta la navata e lì si dispongono i fratelli con frere Aloise che, come faceva frere Roger, entra spesso accompagnato da molti bambini che si dispongono vicino a lui durante la preghiera. Le letture bibliche sono brevi e vengono lette in varie lingue e, in lingue differenti, viene pure cantata la preghiera di intercessione conclusa, ogni volta, da un “Kyrie Eleison” o da un “Gospodi pomiluj”. Nelle intercessioni, si tengono presente i bisogni dell’intera famiglia umana: richieste per la pace, invocazioni e suppliche per quanti vivono situazioni di disagio e di angoscia, vengono affidate a Dio. E poi i canti. I “canti di Taizè” sono conosciuti e cantati in po’ dappertutto: tradotti in una cinquantina di lingue, vengono pubblicati in novanta edizioni. Melodie semplici, litaniche, ripetitive, con temi musicali facili da imparare. Chi saliva a Taizé negli anni settanta ricorda le straordinarie “prove di canto” del primo pomeriggio in chiesa con frère Robert. Versetti musicati di salmi, citazioni del Vangelo o dell’antica tradizione cristiana, spesso accompagnati da musicisti – alcuni dei quali famosi – che passano qualche giorno sulla collina. All’inizio erano canti in latino, composti per lo più da Jacques Berthier; con il passare degli anni, si sono affiancati testi in numerose lingue. Infine, il silenzio. Un silenzio intenso, non artificiale, capace di coinvolgere anche le migliaia di persone che affollano la chiesa nelle settimane d’estate. Come ha scritto frère Roger: «Dio capisce ogni linguaggio umano. Se rimani in silenzio accanto a lui, è già una preghiera: le labbra restano chiuse, ma il tuo cuore parla. E grazie allo Spirito Santo, il Cristo prega in te più di quanto immagini». Proprio durante le liturgie si coglie il valore di Taizé: un’esperienza spirituale profonda, capace di mettere al centro la contemplazione della croce di Gesù, che è riuscita a diventare anche un modo di celebrare, un modo di cantare, un modo di pregare, un modo di rappresentare. È quello che ha cercato di spiegarmi una ragazza parigina mentre entravamo insieme in chiesa: «Prima di venire qua ho sempre sentito prediche sulla preghiera.. Molti mi hanno detto come dovevo pregare. Qui nessuno mi dice come farlo: ho trovato soltanto gente che prega ed è di questo che ho bisogno».

VIVERE L’OGGI DI DIO

Sono risalito a Taizé dopo molti anni. Ero curioso di scoprire se ritrovavo ancora le ragioni profonde che mi portavano, da adolescente e da giovane, a passare alcuni giorni con i monaci. Ero anche interessato a capire se l’esperienza non fosse, in qualche modo, consunta e logora. Ho trovato una comunità viva, uomini appassionati del Vangelo, non troppo preoccupati delle loro sorti, aperti a quella che chiamano la “dinamica del provvisorio”. Ho incontrato giovani, da ogni parte del mondo, assetati di una verità che non può non avere i passi della riconciliazione e del perdono. Parole difficili oggi. Eppure necessarie. Per questo, non si può non tornare a Taizé. L’ha detto bene Giovanni Paolo II salito anche lui, nell’ottobre del 1986, a pregare e a incontrare la comunità. «Si passa a Taizè come si passa accanto a una fonte. Il viaggiatore si ferma, si disseta e continua il cammino».
Vivere l’oggi di Dio. Questo è quanto si respira, ancora oggi, a molti anni dalla fondazione nel piccolo villaggio della Borgogna. Prima di finire la mia intervista a frère Roger gli chiesi di raccontarmi il suo sogno sul futuro di Taizé. Mi guardò a lungo e mi disse: «Per il futuro non facciamo mai progetti a lungo termine… Tali progetti potrebbero impedirci di vivere l’oggi di Dio. Invece, spesso ci sorprendiamo a chiederci: cosa si aspetta il Cristo da noi? Ed è sempre come se ci trovassimo solo all’inizio di una vita comune con i miei fratelli e all’inizio di un pellegrinaggio di fiducia sulla terra…. Cristo non chiama nessuno al tormento interiore. Egli ama ogni essere umano, senza eccezioni. Resuscitato dice ad ognuno: “Sono con te. Non ti abbandonerò mai e poi mai”».

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