Violenza chiama violenza. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo

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Sui drammatici fatti di Parigi riceviamo il seguente punto di vista che proponiamo ai nostri lettori. 

Non si annacqui il sangue sparso
 e neppure si oscuri la verità troppo amara che ci riguarda

Charlie Hebdo

Il fiume di parole che sta scorrendo in piena a seguito dello spargimento di sangue alla redazione del Giornale Charlie Hebdo di Parigi è da più angolature un’alluvione che annacqua il sangue versato non ancora coagulato e dall’altra, nella concitazione violenta del suo scorrere, sporca ulteriormente la verità dei fatti. Più che permetterci di vedere cosa c’è nel profondo intorbidisce le acque fino a nascondere quella verità amara che c’è sul fondo e quella responsabilità che sempre di più viene a galla, verità che ci accomuna e a cui noi tutti non possiamo sottrarci tirandoci fuori.

Facciamo silenzio, arrestiamo questo fiume, evitiamo di inquinare ulteriormente le acque in attesa di coagulare le energie migliori del pensiero individuale e dell’azione politica dei popoli occidentali ed europei perché attuino un inversione radicale di tendenza, correggano il proprio sguardo convertano il cuore delle proprie istituzioni e cambino condotta.

La ripetizione ossessiva e compulsiva sugli schermi delle immagini della violenza senza nessuna pietà per quell’uomo con le mani alzate in strada, per quella violenza consumata dentro e fuori l’edificio delle nostre repubbliche non fa che oscurare ulteriormente quella verità da troppo tempo inascoltata e che sempre più drammaticamente tutti ci riguarda e ci interpella. Verità amara e scomoda che in ogni caso, non può essere continuamente rimossa dalla nostra coscienza personale, sociale e politica da occidente ad oriente.

Quanto è successo a Parigi, quanto è successo in questi ultimi cento anni dalla Grande Guerra, a quella guerra mondiale attualmente in corso a pezzi, è di una violenza brutale, disumana rivoltante e ingiustificabile, folle e detestabile. Non possiamo che prenderne, in modo fermo e deciso le distanze. Ma tale violenza abbiamo il coraggio, di confessarne la sistemica e inconfessata colpa, non è però che il vomito violento, ma non improvviso di tanta violenza subita e agita che da lungo tempo si consuma in tutta l’area del Medioriente: storia di dominazione, di neocolonialismo, di imperialismo, di ingiustizia, di sfruttamento, di occupazione, di oppressione, di corruzione, di difesa di interessi e di commercio delle armi. Quante vittime innocenti e inermi tra i cristiani e musulmani sono passate sotto la nostra indifferente e colpevole inazione e arrogante presunzione priva di comprensione e di positiva pressione.

La violenza – anche quest’ultimo afferrato atto di violenza -non nasce mai dal nulla, in questo senso non è mai gratuita -nasce sempre da una o più violenze precedenti. Violenza chiama violenza. Mea culpa.

Ci è anche amaro riconoscere, in questo momento, la diffusa violenza in atto nell’informazione che non fa che alimentare la cultura dello scontro generando replicando amplificando su aree geografiche, culture e appartenenze e sensibilità religiose un altrettanto ‘odio’ accompagnato da un indebito giudizio indiscriminato e generalizzato… Ci è amaro riconoscere che la libertà di espressione non è tuttavia da confondere con la licenza irrisoria e irrispettosa di ogni persona, simbolo, scrittura… a qualsiasi religione essa appartenga. Soprattutto in un contesto di equilibri così complessi, delicatissimi, fragili vulnerabili e facilmente degeneranti in ritorsioni violente. Un contesto sporco e fin troppo strumentalizzato da una logica che è aliena alla ragione umana.

Ci è amaro ma doveroso riconoscere che la difesa democratica della laicità non si confonde con la dissacrazione ideologica neopagana, ateolatrica della/e religione/i. Secolarizzazione è una cosa, altra cosa è la dissacrazione in atto delle religioni. Questo non fa che recidere le radici dell’albero della vita e della pace portandoci molto vicino alla dissoluzione stessa dell’umano poiché l’uomo, che lo si voglia riconoscere o no, è costitutivamente per sua natura un essere simbolico-religioso, aperto al trascendente.

L’Europa non rinneghi, ma riprenda in mano le sue origini, la sua storia, e la sapienza acquisita da una cultura che si è fondata e plasmata sull’incontro delle lingue, sull’inclusione delle culture, sull’allargamento dei confini, sull’integrazione dei popoli, sull’intelligenza delle fedi che hanno concorso alla sua nascita e ad arricchirla culturalmente e spiritualmente.

La difesa della libertà non ci consente né di sacralizzare la laicità, né di strumentalizzare la religione, né tanto meno di svuotarla profanando ciò che di santo, giusto, buono e bello c’è nell’uomo e supera l’uomo, semmai di custodirlo e di saperlo riconoscere a qualsiasi popolo, cultura, religione appartenga.

A fronte della violenza anche quella più inaudita diciamo “io non odierò”. Solo l’amore può vincere l’odio. Che anche l’informazione attinga e si lasci istruire dalla sapienza dell’amore non vuol dire cadere nella disinformazione. Diamo volto nelle relazioni, nei legami che ci costituiscono, nelle istituzioni che ci sorreggono a quella civiltà dell’amore di cui ogni uomo e ogni popolo, non smette di sperare e di credere.

Tornando dal viaggio vissuto con gli adolescenti sui sentieri di pace, ai confini dell’inutile strage della guerra, s’imprimono ancor più nel cuore le parole scolpite sulla pietra sull’Ara Pacis Mundi «Odium parit mortem, vitam progignit amor»: l’odio produce morte, l’amore genera vita.

don Enrico D’Ambrosio parroco di Cenate Sotto

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