Ancora sui laici. Una nuova Chiesa e i laici non “servono” per sostituire i preti che diminuiscono

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Ci sono temi che sollevano dibattiti, a sottolineare un’esigenza e un desiderio di confronto e di discussione. Quello del laico nella Chiesa è uno di questi argomenti. In tanti, dopo l’articolo di settimana scorsa, mi hanno scritto: i più concordando, altri esprimendomi, con rispetto, divergenze o perplessità. Vorrei, brevemente, riprendere alcune idee di fondo per riuscire a mettere meglio a fuoco alcune questioni che ritengo decisive per la qualità della presenza della comunità cristiana dentro il nostro tempo.

FINE DEFINITIVA DELLA STAGIONE CLERICALE

Veniamo da una lunga, lunghissima, stagione “clericale”. L’impianto spirituale, teologico ed ecclesiologico precedente il Concilio Vaticano II era centrato sulla figura del prete. Solo chi ha vissuto quel tempo può attestare il grande cambiamento avvenuto dopo l’assise conciliare che ha delineato, senza equivoci, una rinnovata figura di Chiesa, non più gerarchica e societaria ma una Chiesa-comunione, non più sotto il segno dell’egemonia ma della corresponsabilità.

La Chiesa è soprattutto mistero, inteso in senso biblico: il popolo che Dio raccoglie in mezzo alla storia del mondo per essere segno, sacramento dell’amore che Lui ha manifestato agli uomini in Gesù Cristo. Il Concilio ha confermato che i laici sono i fedeli che, in virtù del battesimo, appartengono al popolo di Dio e che, per questo, partecipano alla missione di tutto il popolo. Anch’essi hanno un ruolo attivo da giocare nelle tre funzioni fondamentali della Chiesa: l’annuncio e la testimonianza della Parola, la celebrazione liturgica, il servizio ai fratelli. Perciò prima di ogni differenziazione all’interno del popolo di Dio secondo i diversi ministeri e carismi, c’è la realtà dell’essere cristiano, la vocazione cristiana che deriva dal battesimo e che è comune a tutti i componenti del popolo sia preti che laici.

Il Concilio, nonostante una certa confusione dei testi, non ha dubbi: il comune battesimo rende i cristiani tutti uguali nella Chiesa pur nella diversità dei ruoli; senza disconoscere la possibilità di impegni dentro la comunità, l’assunzione del mondo è il luogo specifico della missione del cristiano laico; il rispetto della laicità del mondo comporta il riconoscimento che le sue leggi non vanno direttamente desunte dalla fede.

QUALI SFIDE

E’ sotto gli occhi di tutti la progressiva e inarrestabile diminuzione del clero bergamasco. È un dato di fatto, ripetuto, quasi in modo scaramantico, come un mantra, anche se, mi pare, non sufficientemente preso sul serio. La vicenda del laico cristiano in questa situazione non può fissarsi in una specie di “supplente di ruolo”. Perché il laico cristiano non misura primariamente la propria vocazione nella attività intraecclesiali. Sarebbe un grave equivoco nel quale rischiamo di cadere. L’obiettivo primario resta il “mondo”.  Il Concilio ricorda che il compito del laico è la costruzione del Regno – non della Chiesa! – attraverso l’immediata costruzione del mondo (Lumen Gentium 31) e indica la laicità come metodo perché vi sono saperi e prassi che hanno leggi e valori specifici che non possono essere dedotti automaticamente dal Vangelo. Vuol dire quindi formare laici cristiani capaci di stare nella storia, di vivere con passione e competenza – da uomini! – la città, l’arte e la politica, l’economia e la comunicazione, la finanza e la cultura.

Per questo l’ho scritto più volte ma vale la pena ripeterlo: la questione del laico è la questione del cristiano. E la formazione della sua coscienza è un impegno decisivo della comunità ecclesiale. Se ha cuore il perimetro e il destino del Regno. Più grande, senza dubbio, del perimetro e del destino della Chiesa.

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