Atalanta e giustizia sportiva. Colantuono, Zamagna, il “Bocia”. Pagine sgradevoli di storia sportiva

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Comunque le si rigiri, queste due o tre pagine del calcioscommesse scritte sulla storia recente dell’Atalanta sono spiacevoli e sgradevoli. E anche lo svolgimento del processo in corso per le violenze attribuite ad alcuni ultrà, con dichiarazioni annesse del capo Bocia Galimberti, non contribuiscono a renderne amena la lettura. In Tribunale, infatti, l’imputato ha parlato di pressioni variamente esercitate affinché la famiglia Ruggeri, fino al 2010 proprietaria della società, vendesse. Cessione – come si sa – puntualmente avvenuta, nel giro di pochi mesi.

COLANTUONO, PERSONAGGIO CONTROVERSO

Quanto al calcioscommesse, ci s’imbatte in Doni, Masiello. Ora pure in Colantuono, Zamagna. I primi due già condannati dalla giustizia sportiva. Il tecnico e il direttore sportivo, invece, agl’inizi di un iter giudiziario, che potrebbe tranquillamente concludersi riabilitandoli totalmente. Ben diverse dunque le singole posizioni. Personaggi controversi, però. Zamagna, mantenutosi costantemente dietro le quinte, magari non così controverso. Ma gli altri sì. Compreso Colantuono, controverso per definizione. Tutt’altro che amato dal pubblico anche nella buona sorte, cioè in stagioni di risultati soddisfacenti.

Nel frattempo l’Atalanta di Antonio Percassi ha ottenuto buoni risultati sportivi. Con ciò indubbiamente – in vigore il principio che il fine giustifica i mezzi – centrando il principale obiettivo. Creata inoltre una forte struttura dirigenziale, con l’espertissimo Pierpaolo Marino al vertice, affiancando il figlio del presidente, Luca, amministratore delegato. Ma la società ha pure offerto la sensazione di non sapersi sciogliere da una sorta di sodalizio con chi aveva gravemente sbagliato (Doni e Masiello). E lo stesso prolungamento fino al 2017 del contratto all’allenatore a qualcuno era apparso – nel 2013 – precipitoso o comunque prematuro.

L’INFORMAZIONE E IL TIFO 

Valutando nella sua interezza la vicenda, anche l’informazione locale ha lasciato filtrare qualche debolezza, già intuita  del resto in precedenza in seguito alla pubblicazione d’iimbarazzanti intercettazioni telefoniche. L’evoluzione del processo, al netto dell’ovvia considerazione che l’imputato non ha l’obbligo di dire la verità, sembra suggerire che non sempre le giuste distanze siano state rispettate. Col dubbio che talora sia stato esercitato un dovere di cronaca strumentale. Per deontologia professionale, i giornali – carta o web che sia – non possono fare il tifo. Nemmeno per l’Atalanta.

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