Il nostro curato ha “lasciato”. Hai qualche cosa da dirci, cara suor Chiara?

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Qualche tempo fa, un po’ di tempo fa, il curato della mia parrocchia, ha “lasciato”. Ci siamo detti tutti, i miei figli compresi, che bisogna capire.
Ma aver collaborato alle attività pastorali e poi vedere il punto di riferimento di tutto che molla tutto non è semplice. Bisogna capire, ma non
è facile. Tu cosa ne pensi? Enrica

Cara Enrica, nella vita accadono alcuni eventi che ci sorprendono, ci colgono impreparati, ci pongono interrogativi ai quali non riusciamo a dare risposte. Perché un sacerdote con il quale abbiamo condiviso ideali progetti e servizi lascia il suo ministero? Con questa scelta sembrano venir  meno tutte le certezze. Nutriamo nei confronti di alcune categorie di persone, sacerdoti religiose e religiosi,  aspettative molto alte, a volte idealizzazioni eccessive; attribuiamo loro doti e virtù che li relegano in una sfera di perfezione che li rende quasi “intoccabili”, a causa della loro scelta vocazionale per la quale chiediamo coerenza di vita tra i valori proclamati e vissuti.

SONO UOMINI, COME TUTTI NOI

Se questa coerenza è giustificabile e comprensibile ci dimentichiamo un  dato di realtà da non sottovalutare: essi sono uomini come tutti noi, soggetti alla debolezza e alla fragilità, alla virtù e al peccato. Condividere con un sacerdote  la passione per il vangelo e quella educativa in oratorio, significa  anche creare relazioni di comunione e di amicizia, una condivisione profonda di sogni e di progetti, ma anche fare di quella persona un punto di riferimento per la propria esistenza , per il cammino di crescita umana e di fede. Allora è comprensibile e giustificabile lo smarrimento e la delusione di fronte a un abbandono. Cercare di capire l’altro, senza giudicare, è la via che apre all’accoglienza e al rispetto della sua libertà.

LA TERRA SACRA DELLA LIBERTÀ

L’altro che ci sta di fronte e che noi pensiamo di conoscere, rimane sempre un mistero irraggiungibile e mai penetrabile fino in fondo. Egli é “altro” da noi, inaccessibile. Occorre rimanere sulla soglia, “togliere i calzari”, perché non possiamo inoltrarci in una terra che rimane “sacra” e che  solo Dio  può penetrare.  C’è una zona della nostra interiorità che rimane  sconosciuta a noi stessi e come possiamo pensare di conoscere quella degli altri? La libertà che esercitiamo nelle scelte ci rende responsabili di fronte a Dio e ai fratelli.  Questo non ci esime però dall’interrogarci sulla qualità della nostra presenza e vicinanza nei confronti dei sacerdoti delle nostre parrocchie.

PRENDERSI CURA ANCHE DEI PRETI

Quanto siamo disposti a donare loro un’amicizia sincera, un ascolto e una vicinanza, una prossimità che non si esaurisca solo nella collaborazione pastorale ma raggiunga la loro realtà di uomini con desideri, ideali e sogni? Quanto sappiamo comprendere le loro fragilità e debolezze senza infangarli con giudizi temerari e maldicenze senza fine? I credenti  non devono solo esigere dai loro pastori servizi e prestazioni, ma devono prendersene cura per custodire la loro vocazione, fasciare con misericordia le loro debolezze, sostenere con la preghiera  la loro fede e la loro testimonianza cristiana come compagni nel viaggio della vita. Occorre divenire gli uni per gli altri “balsamo che lenisce le ferite”, spazi ospitali in cui sentirsi accolti e condotti verso la pienezza della vita . Le comunità cristiane, nella pluralità di vocazioni, assolvono a questa missione di cura e di sostegno perché ciascuno aiuti l’altro a vivere in pienezza la propria chiamata nella chiesa e nel mondo.

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