Un lebbroso guarito. Vecchie e nuove forme di lebbra

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In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato (Vedi Vangelo di Marco 1, 40-45. Per leggere i testi liturgici di domenica 15 febbraio, sesta del Tempo Ordinario, clicca qui)

IL LEBBROSO “SCOMUNICATO”

Si presenta a Gesù un lebbroso. Non è un malato qualsiasi. Nella Bibbia le disposizioni nei riguardi dei lebbrosi erano severe: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: Impuro! Impuro!». così la prima lettura do oggi. I malati, dunque, non sono soltanto colpiti dalla malattia, ma anche da una scomunica sociale e religiosa. Il malato del Vangelo di oggi ha totale fiducia in Gesù: è l’unico malato che, nel vangelo di Marco, si inginocchia e dice a parole quello che dice con il gesto: «Se vuoi, puoi guarirmi». Davvero crede e si affida. Gesù lo vede e si commuove o, secondo altre traduzioni, “si adira”. È la sua reazione di fronte alla emarginazione di cui il malato è vittima.  Stende la mano – segno dell’agire potente di Dio – e “comanda” la guarigione. La legge dice che chi tocca il lebbroso diventa impuro, Gesù, invece, toccando il lebbroso lo libera dall’impurità. La parola e il gesto di Gesù sono davvero efficaci.

Appena avvenuta la guarigione, Gesù comanda al malato guarito di non divulgare la notizia. Era avvenuta la stessa cosa anche durante le molte guarigioni avvenute a Cafarnao, nel brano del vangelo di domenica scorsa: Gesù guarisce, ma non vuole che se ne parli. Appena il malato è guarito lo manda dai sacerdoti. Non tanto per osservare la prescrizione della legge biblica quanto, conformemente a quanto viene nei capitoli seguenti, per mettere i suoi oppositori di fronte alle loro gravi responsabilità per aver rifiutato Gesù. Anche loro, infatti, hanno avuto la possibilità di riconoscere in Gesù il nuovo profeta; ma, diversamente dal lebbroso guarito, non ne sono stati capaci.

Intanto, il lebbroso divulga la notizia dappertutto e diventa così, dall’inizio del vangelo di Marco, il terzo araldo della bella notizia, dopo Gesù stesso e il Battista.

LA COMMOZIONE DI GESÙ E LA NOSTRA

Gesù si commuove, forse si adira. La solidarietà di Gesù è anche partecipazione intensa alla nostra sofferenza, alla nostra emarginazione. Arriva a toccare il malato diventando anche lui impuro: è solidale fino a contrarre l’impurità del lebbroso, per poterlo poi liberare. Dunque alla supplica del malato corrisponde la sua risposta effettiva ed efficace.

Quante sofferenze, anche in questi giorni, e spesso vicino a noi! Dai morti in Ucraina, a quelli in Siria, a quelli che stanno duramente pagando per la crisi, ai moltissimi sofferenti: alcuni sono vicini e li conosciamo, altri sono lontani e possiamo solo immaginare quanti soffrono e quanto soffrono. Dobbiamo pensare, sulla base del Vangelo di oggi, che Gesù soffre per tutte queste sofferenze…

Quando noi cristiani siamo discepoli fedeli del Signore diventiamo segni di quella vicinanza: portiamo agli altri la nostra fratellanza perché la fratellanza del Signore scaldi la vita degli uomini che soffrono e sono soli.

A PROPOSITO DI LEBBRA: L’INVIDIA

Quando, invece, non siamo capaci di “compassione”, allora non tocchiamo colui che ci sta di fronte. Molti degli eventi e degli atteggiamenti di questi giorni, sono costrasti: il mondo politico, i rapporti internazionali, le svariate situazioni di guerra in tutto il mondo… Guardiamoci, noi cristiani, di gettare uno sguardo di disprezzo verso tutto questo, come per dire che solo noi siamo capaci di portare l’amore e la vicinanza. Anche noi siamo “dentro” la stile polemico (Da “polemos”, guerra) dei nostri rapporti con gli altri. Noi dovremmo prendere atto  che è così, ma portare dentro questo universo di tensione, l’aspirazione ragionevole verso qualcosa d’altro.

E’ strano: uno dei peccati più confessati dai ragazzi è l’invidia. L’invidia è la nostra lebbra: creiamo distanze dove non ce ne sono. Siamo chiamati, noi suoi discepoli, a fare il contrario, ad abolire le distanze dove ci sono. Dobbiamo tornare a toccare il lebbroso.

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