Giovani per il mondo: in viaggio con la Caritas per aprire gli orizzonti

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Una quarantina i giovani al primo appuntamento del progetto “Giovani per il mondo” della Caritas diocesana di Bergamo. Nella Sala degli angeli alla Casa del Giovane, venerdì sera si sono ritrovati giovani provenienti da tutta la città interessati a intraprendere un viaggio insolito, diverso da tutti gli altri, sia dalla classica vacanza e da quello puramente culturale che dal vero e proprio viaggio di volontariato.
Il progetto “Umanimondo” nasce 15 anni fa quando un gruppo di giovani della Caritas di Bergamo iniziò a intraprendere i primi “viaggi della carità”, delle esperienze di servizio in vari paesi del mondo colpiti da gravi calamità naturali o afflizioni sociali come la povertà, in strutture cattoliche in contatto con la Caritas. Questo gruppo di giovani, dopo dieci anni di viaggi e formazione, ha deciso di formare altri giovani, dai 18 ai 35 anni, a questo tipo di esperienza, creando il progetto figlio “Giovani per il mondo”, quest’anno alla sua sesta edizione.
Dopo la lettura insieme di una preghiera a Gesù sul viaggio, la serata è stata guidata dalle testimonianze dei volontari della Caritas che hanno regalato ai presenti delle immagini rievocate dai propri ricordi in India, in Kosovo e in Brasile, concentrandosi ognuno su alcune tematiche. I volontari tengono a precisare che i viaggi della carità non sono dei viaggi di volontariato, perché in tre settimane e per chi va in Albania soltanto due, non si può cambiare molto della situazione in cui ci si reca e si opera. Le caste in India, le etnie e l’odio per i rom in Kosovo, la povertà in Albania, la criminalità in Brasile, sono fenomeni complessi, difficili da capire e difficili da contrastare, colpiscono l’italiano ospite con intensità, perché in Italia in genere possiede più libertà, più ricchezza, più sicurezza.
Sono viaggi di servizio, certo, ma molte volte si è accolti come ospiti, e i locali riguardano gli stranieri con ogni cura, “donano loro tutto ciò che possono, anche ciò che loro stessi non si permettono nella loro vita quotidiana” dice Pietro, che è stato in Brasile: “ti accolgono abbracciandoti, sono molto aperti, calorosi e generosi, a volte mi è capitato di sentirmi in imbarazzo”. Le strutture ospitanti sono sempre cattoliche, ad esempio: un orfanotrofio di ragazze nel nord-est dell’India gestito dalle Suore Orsoline, una casa di accoglienza delle suore di Maria Teresa per persone anziane e ragazze disabili in Kosovo, una parrocchia gestita da frati francescani impegnata ad aiutare i poveri nella periferia delle città o in campagna e due istituti di suore per i malati psichiatrici maschi in Albania. Giacomo: “da quando è caduto il regime, in cui non si poteva avere una religione, ci sono tantissimi battesimi, il cattolicesimo è una cosa nuova e tutti vogliono convertirsi, una volta ho assistito al battesimo di 70 bambini insieme. In Albania però sono tutti musulmani e ancora solo l’8% è cattolico”. In Brasile le Suore Orsoline tengono una struttura per ragazze orfane, e si impegnano nell’animazione di asili nido oppure vanno in comunità di tossico dipendenti e alcolizzati in via di recupero. Pietro: “mi ha colpito che in Brasile parlino liberamente della propria fede e di Dio, cosa che magari non tutti fanno in Italia”.
Quando ormai l’atmosfera era calda, i giovani sono stati suddivisi in vari gruppi grazie a delle valigette colorate in compensato realizzate dai ragazzi del Patronato San Vincenzo nel laboratorio di falegnameria. In ogni gruppo due volontari hanno guidato la presentazione dei vari giovani interessati e risposto alle loro domande: uno di loro due conduceva l’incontro e l’altro ha raccontato la propria esperienza di viaggio.
In più testimonianze è emersa l’esigenza di parlare del tempo. In alcuni posti il tempo sembra infinito, Sara racconta dell’Indonesia, quando a volte le è capitato di non avere niente da fare per i bambini dell’orfanotrofio in cui alloggiava, oppure quando l’autista che doveva portarla insieme ad altre ragazze in spiaggia gli ultimi due giorni ha detto loro che mancava la benzina e doveva andare a cercarla: non si sapeva se sarebbe tornato, e quando. In Kosovo invece i ritmi sono più veloci, si organizza il C.R.E., si balla, si visita il luogo.
Alla fine della serata i giovani hanno preso appuntamento con i volontari per un primo colloquio conoscitivo in Caritas nelle prossime settimane. Il periodo di formazione sarà strutturato in sette domeniche e in un weekend fino alla partenza, concentrandosi sulle varie tematiche che si affronteranno durante il soggiorno all’estero in uno di questi quattro paesi: India (Arugulano), Kosovo (Klina), Albania (Tirana) e Brasile (Teresina).
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