Katuscia: anch’io volontaria perché aiutare gli altri è un dono anche per me

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“Guarda, ho preso dieci nella verifica di italiano”. Sheila e Noemi hanno undici e dieci anni. Sorridono, chiacchierano, saltellano qua e là per la stanza che fa da cucina e soggiorno nella loro casa mobile. Sono le figlie maggiori di Katuscia. Il più piccolo, Abramo, ha quattro anni ed è di là, in camera da letto, per il riposino pomeridiano. Il papà lavora come giardiniere, è fuori. Katuscia ci accoglie con un po’ di pudore. Teme che possa esserci qualcosa in disordine.
Da fuori è difficile immaginare come può diventare casa quella grande roulotte, sistemata poco lontano dall’ingresso del campo nomadi di Romano di Lombardia, mezzo annegato nelle pozzanghere in un pomeriggio di pioggia. Basta varcare la soglia, però per ricredersi: lo spazio, è vero, non è molto. Ma non c’è un granello di polvere, e i mobili sono semplici ma ben assortiti, con un tocco gradevole di colore. L’atmosfera è calda e allegra. Katuscia ha iniziato a collaborare con la Caritas di Romano perché aveva bisogno di un lavoro: “Ho sempre lavorato – spiega, con energia – da ragazzina in fabbrica, come operaia, poi con mia madre, che faceva la giostraia. Da qualche anno, però, con la crisi, è diventato tutto più difficile”. Così anche quelle poche ore del progetto di inserimento lavorativo sono diventate un aiuto prezioso: “Ho conosciuto alcune signore molto gentili – racconta Katuscia – e col tempo siamo entrate un po’ in confidenza. Dovevo aiutare a piegare e a consegnare i vestiti che davamo alle persone in difficoltà. Ce n’erano sempre tante: italiani, stranieri, giovani, anziani. Mi faceva piacere parlare con loro. Ho sempre sentito l’esigenza di sentirmi utile, di poter aiutare gli altri. Poterlo fare è un dono anche per me, mi dà moltissima soddisfazione. Mi piace molto farlo. Per questo anche quando il progetto è finito, anche se non c’era più la possibilità di essere pagata, perché anche le parrocchie risentono della crisi, ho voluto continuare lo stesso come volontaria. Adesso sono stata costretta a diradare un po’ le visite ma solo perché mia suocera si è ammalata e devo occuparmi di lei. Quando starà meglio riprenderò come prima”. Katuscia ogni tanto trova anche qualche piccolo lavoro “da donna di casa”, come fare le pulizie o stirare: “Adesso, però – spiega – per fortuna lavora mio marito, perciò posso dedicarmi alla famiglia. Con tre figli, con la suocera malata, ce n’è davvero bisogno”.
Le due ragazze vanno bene a scuola e si vede che ci tengono molto: “E’ importante per me che studino – aggiunge Katuscia -. Solo così possono costruirsi un futuro. Oggi è così, i mestieri che facevamo una volta non esistono più: i giostrai stanno scomparendo, quelli che ci sono si spostano poco, solo per le fiere più importanti. Il mondo è cambiato e anche noi cerchiamo di adeguarci. Pian piano, un passo alla volta, come possiamo”.

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