«La liturgia rende presente Dio in una cultura dell’eclissi di Dio». Un importante convegno alla università “Gregoriana”

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Il congresso su “Liturgia ed evangelizzazione”, svoltosi alla Pontificia Università Gregoriana per iniziativa dell’ateneo dei gesuiti e della Conferenza episcopale italiana, è stato definito dal segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, “una tappa importante e significativa nel cammino verso il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze”. Il punto sul “ProgettOmelia”

«Chi celebra in maniera autentica è poi capace di osare». Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha tradotto così il neologismo spagnolo coniato dal Papa, “primerear”, per spiegare che «vivere in Cristo Risorto nella comunità può essere un punto di partenza per giocare d’anticipo». Concludendo i lavori del congresso su “Liturgia ed evangelizzazione”, svoltosi in questi giorni alla Pontificia Università Gregoriana per iniziativa dell’ateneo dei gesuiti e della Conferenza episcopale italiana, il segretario generale della Cei ha definito l’evento «una tappa importante e significativa nel cammino verso il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze», dove «la dimensione liturgica non è e non sarà assolutamente disattesa», ha assicurato il vescovo. Tra le “cinque vie” proposte nella Traccia per declinare l’umanesimo cristiano, due sono i verbi che chiamano in questione la dimensione liturgica, incrociando “esplicitamente” il tema del Congresso: «Annunciare e trasfigurare». Il «trasfigurare», in particolare – ha spiegato mons. Galantino – «nella liturgia, nella vita sacramentale, di preghiera, può essere una via privilegiata di evangelizzazione e umanizzazione». Come scrive, infatti, Papa Francesco nella Evangelii Gaudium, «l’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella liturgia, insieme all’esigenza quotidiana di far progredire il vero». Ventuno i workshop attorno a cui si è articolato il convegno, dopo le cinque relazioni fondamentali degli esperti: tra i temi, il rapporto tra liturgia e famiglia, liturgia e migrazioni, liturgia e città, liturgia e povertà. L’imperativo: lasciarsi “contaminare” dalle varie forme dell’umano, perché rito e vita non sono mai separati. Neanche in un contesto sociale e culturale che sembra ormai poter fare a meno di Dio.

FUGGIRE DAL PALCOSCENICO

«La liturgia non è bella perché seduce: ad alcuni manca il palcoscenico, e così trasformano la liturgia in uno show», ha ammonito monsignor Galantino: «La liturgia non è bella perché seduce, ma perché conduce, portando per mano il credente verso il mistero. È bella quando non è contorta o manipolata da ideologie». Di qui la necessità di «non trasformare la liturgia in didascalia», ma di far sì invece «che parli con le sue risorse e con l’eccedenza tipica del rito, rendendo presente Dio in una cultura dell’eclissi di Dio». A volte, invece, è la denuncia di monsignor Galantino, «assistiamo ad alcune liturgie da satrapi». Altra tentazione da rifuggire è quella stigmatizzata da Rosmini nella prima delle sue Cinque piaghe della Santa Chiesa: ridurre il rito a una liturgia in cui i fedeli «stiano lì come fredde colonne».

PROGETTO OMELIA

Non esiste “la” omelia, esistono “le” omelie. È partito da questa constatazione “ProgettOmelia”, un’esperienza di laboratorio sull’omelia nata dalla collaborazione tra gli Uffici liturgico, catechistico e per le comunicazioni sociali della Cei. Se ne è parlato in uno dei 21 gruppi di studio del congresso, in cui si è messo in guardia da «alcune tentazioni paralizzanti»: il «si è fatto sempre così», l’improvvisazione, il «rischio didascalia» e quello del «voler dire tutto», a cui corrisponde per contrasto l’attitudine al «riserbo». Il progetto della Cei muove dal desiderio di «riprendere e concretizzare le autorevoli indicazioni» offerte sull’omelia dall’Evangelii Gaudium e ribadite dal recente Direttorio omiletico redatto dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. La scelta fatta è quella di «soffermarsi sugli aspetti comunicativi dell’omelia, in particolare sulla corrispondenza tra ciò che l’omileta intende dire e ciò che effettivamente dice e sulla corrispondenza tra ciò che è stato detto e ciò che è stato effettivamente ascoltato». L’obiettivo, però, non è ridurre la complessità e la profondità dell’omelia a «una questione di tecniche comunicative», ma offrire «un percorso formativo ai preti e ai diaconi in attività, per verificare e migliorare il proprio stile omiletico». Ogni sessione del “ProgettOmelia” si articolerà in quattro incontri, ogni due settimane, seguiti da un quinto incontro dopo un mese dall’ultimo incontro. Sarà rivolto a un piccolo gruppo di partecipanti (in genere 5, presbiteri e diaconi), che saranno accompagnati da un’équipe formativa composta da cinque componenti: un coordinatore («persona conosciuta e stimata a livello diocesano», con precedenti esperienze di formazione e coordinamento di attività di gruppo) e quattro “osservatori”, con profili ed esperienze diverse, «impegnati nel mondo ecclesiale» a vario titolo (catechisti, religiosi o religiose, comunicatori…). Il metodo è quello del laboratorio: ogni partecipante dovrà esporre la propria omelia, che gli osservatori passeranno al vaglio a partire da apposite schede di osservazione curate dall’équipe nazionale. Sperimentato per ora in cinque diocesi (Cagliari, Siracusa, Taranto, Torino, Vicenza), il Progetto prevede due incontri: il primo è dedicato ai soli coordinatori e si terrà a Roma il 7 e l’8 settembre, il secondo è rivolto alle équipe diocesane al completo (coordinatori e osservatori), e si svolgerà in sedi dislocate al Nord, al Centro e al Sud nei giorni 17 e 18 ottobre.

 

 

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