Da pony pizza a designer: vite da precari. I soldi? Non rendono felici, però servono

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«I soldi non fanno la felicità» disse il saggio. «È vero, però aiutano» rispondono in molti. In questo tempo dove l’insicurezza e la precarietà – sia economica che lavorativa – mettono a dura prova tutti, ma soprattutto i giovani, abbiamo chiesto a due ventenni di Bergamo e provincia di raccontarci il loro rapporto tra felicità e sicurezza economica-lavorativa: come vedono il futuro i giovani? Come far collimare le proprie passioni – e dunque la propria felicità – con le difficoltà economiche e i lavori precari di questi anni?
Lo chiediamo a Pietro Zucchetti, un ragazzo di 22 anni che, dopo aver abbandonato gli studi al secondo anno dell’Accademia Carrara di Belle Arti, ha deciso di proporsi nel mondo del lavoro. «A inizio maggio 2014 sono stato assunto presso Decathlon per un periodo iniziale di tre mesi, seguiti poi da due rinnovi mensili. Al termine dell’ultimo rinnovo io e gli altri “stagionali” siamo stati lasciati a casa. Nel mese di novembre sono stato contattato da un’agenzia del lavoro per un contratto di 2 settimane presso Pittarello. Al termine di queste settimane sono stato ri-contattato dalla medesima agenzia per un contratto di 3 giorni presso Conbipel. A gennaio Pittarello mi ha finalmente assunto offrendomi un contratto di un mese – manna dal cielo di questi tempi -. Ad oggi lavoro ancora per loro con contratto rinnovato di mese in mese e spesso interrotto durante le festività».
Una situazione parecchio instabile ma alla quale molti ragazzi come Pietro si adeguano perché, tutto sommato, nell’ingenuità dei vent’anni vivere felici e spensierati è un po’ più facile: «La felicità per me è stare in compagnia degli amici, divertirmi, evitando di pensare alle situazioni spiacevoli che affliggono il nostro Paese. Mi basta questo per essere felice. Ho poi la fortuna di avere una famiglia che, come tante, risente della crisi ma non a tal punto da imporsi esagerate restrizioni».
Eppure il futuro riveste un ruolo importante ma, per i giovani, risulta essere sempre più un grande punto interrogativo: «Al momento non ho ancora in mente un lavoro che mi piacerebbe fare. Sì, ci sono alcuni che preferisco ad altri, ma da lì a dire che lo farei con passione ne corre. Certamente non si può prescindere dalla stabilità data da un contratto a tempo indeterminato, magari con turni fissi e non stabiliti di settimana in settimana. Detto francamente: il futuro mi spaventa. Mi viene in mente una barzelletta ascoltata qualche tempo fa; una conversazione tra nonno e nipote:
-Nonno: «Pensa, io alla tua età già lavoravo!»
-Nipote: «Pensa, io alla tua lavorerò ancora!».

Se è vero che il numero di Neet (sigla che indica i giovani che non lavorano e non studiano) è in aumento, è vero anche che, in Italia, 4 universitari su dieci accompagnano il loro percorso scolastico ad esperienze lavorative per auto-mantenersi negli studi o, come si suol dire, per «fare curriculum».
È questo il caso di Gabriele Rossi, giovane di Zanica, studente del Politecnico di Milano al terzo anno della facoltà di Design per il prodotto industriale: «Mi occupo di diverse cose, ma la mia vera passione sta nel percorso di studi che sto affrontando: il design mi appassiona perché non è semplice progettazione ma è qualcosa di molto più complesso. A livello lavorativo non ho un vero contratto: da qualche anno opero nella grafica come freelance, producendo loghi, brochure, volantini, flyer, locandine. Inoltre lavoro, con un contratto a chiamata, presso una pizzeria come pony pizza e “aiuto pizzaiolo”».
Una vita di sacrifici, cercando di costruire, tassello dopo tassello, il proprio futuro: «Il mio futuro? Sono anni che provo ad immaginarmelo. Spesso mi chiedo: avrò un lavoro? Avrò una casa mia? Avrò la sicurezza economica per vivere serenamente? Non posso dirlo. Per il momento il mio obiettivo è quello di laurearmi, accedere alla magistrale e star chiuso ancora un pò nel “guscio” universitario, sperando che le cose migliorino». Ma realisticamente, quali sono le possibilità di trovare lavoro nel ramo degli studi conseguiti? E che rapporto c’è tra lavoro e felicità? Lo chiediamo ancora a Gabriele: «Credo che un lavoro che concretizzi il mio percorso di studi non lo troverò. Di sicuro non qui. Certo, sarebbe un sogno poter trovare, una volta terminati gli studi, il lavoro che mi piace: progettare un qualcosa di grandioso e utile, un oggetto che faccia sentire le persone appagate nella sua fruizione. Questa potrebbe essere per me la felicità: l’immagine legata a un successo nel campo lavorativo».
Ma bisogna sempre fare i conti con la realtà e dunque con le impellenze economiche: «Dicono che i soldi non facciano la felicità. Penso sia vero in parte: in famiglia si è veramente felici quando non si hanno problemi di salute e si è tutti uniti. Si è felici quando la sera, dopo aver superato ognuno i propri impegni giornalieri, ci si ritrova serenamente attorno ad un tavolo. Ma se quella cena fosse magari in un ristorante, in riva al mare alle Bahamas… scommetto che lì il pollo arrosto avrebbe un altro sapore, no?»

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