Famiglie verso il sinodo. Don Maurizio Chiodi: «La legge non può essere svincolata dall’etica. Pensiamo alla qualità delle relazioni»

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Gli storici ci dicono che la «famiglia» non è rimasta uguale a se stessa, nelle diverse epoche; oggi, però, l’assetto di questa istituzione è messo radicalmente in discussione, anche a livello giuridico (come dimostra la controversa decisione di alcuni sindaci italiani di trascrivere nei registri dello Stato civile i matrimoni tra omosessuali celebrati all’estero). In margine a un incontro dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani su La famiglia e le sue leggi nella società che cambia, svoltosi la settimana scorsa a Bergamo, abbiamo posto alcune domande a don Maurizio Chiodi, docente di Teologia morale in Seminario e alla Facoltà teologica interregionale di Milano.
«La cultura postmoderna – afferma don Maurizio Chiodi – ha portato in primo piano, di per sé legittimamente, il tema della “soggettività”; la libertà del soggetto è però spesso intesa in chiave individualistica, come se l’identità personale potesse costituirsi prescindendo dalle relazioni con gli altri. Al contrario, è significativo che l’istituzione del matrimonio sia presente, benché in forme diverse, in tutte le culture: tra i suoi scopi fondamentali, vi è quello di garantire non solamente l’“asse orizzontale” dei rapporti tra i sessi, ma anche quello “verticale” dei rapporti tra le generazioni. Certo, questo discorso – dal punto di vista politico e democratico – deve confrontarsi con le regole del dibattito pubblico, per cui si è chiamati a portare delle ragioni, non a imporle, partecipando alla discussione e poi esponendosi alle decisioni della maggioranza».

Per la Chiesa non vi è un rischio “di immagine”, nella situazione attuale? E cioè, di apparire come una custode di ordinamenti tradizionali, refrattaria a qualsiasi elemento di novità?
«È una domanda impegnativa. Risponderei distinguendo più aspetti. In primo luogo, il Vangelo ha a che fare con la dimensione antropologica, con le questioni di fondo che ricorrono nella vita degli uomini e delle donne. La comunità cristiana, perciò, non può disinteressarsi delle esperienze costitutive dell’umano, della cui verità essa – insieme ad altre istituzioni e formazioni sociali – è garante.  In un periodo storico in cui corriamo il rischio di un’estrema frammentazione culturale, traspare qua e là anche la tentazione di sottolineare solo il profilo civile-giuridico dei rapporti di coppia e familiari, come se questo bastasse a garantire la qualità della vita sociale. Io ritengo che il livello giuridico non debba essere “sottodeterminato”, totalmente svincolato da quello etico, fino a ridursi a un insieme di regole e procedure puramente formali; non va però nemmeno “sovradeterminato”, come se la legge, da sola, fosse sufficiente a garantire la qualità della convivenza sociale. Da questo punto di vista, il compito della Chiesa non è semplicemente quello di esercitare una forma di custodia civile, interessandosi solo alla formulazioni di leggi, ma è di favorire la qualità umana dei rapporti sociali effettivi».

Ha senso pretendere di dedurre le regole della società civile da un ordine morale precostituito?
«No, il diritto regola e garantisce dei rapporti sociali che hanno evidentemente un rilievo antropologico, ma nel valutare le situazioni particolari deve anche fare riferimento ad altre istanze, non immediatamente di tipo morale. La questione di fondo, oggi, è la seguente: tenendo conto della pluralità delle appartenenze culturali e religiose, come si dovrebbe operare per garantire un livello di convivenza rispettoso sia del bene comune, sia dei diritti delle persone?»

Circa le diverse proposte di legge sulle «unioni civili» avanzate nel corso degli ultimi anni: su questo tema Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea,  si è più volte dichiarato “possibilista”, pur sottolineando che va evitato il rischio di uno «scivolamento verso l’equiparazione con la famiglia fondata sul matrimonio».
«Non conosco nei dettagli la posizione di monsignor Bettazzi su questo argomento. Condivido però l’idea che, sul piano giuridico, vada salvaguardata la netta differenza tra l’istituto matrimoniale e quello delle unioni civili eventualmente riconosciute per legge. Attualmente, mi pare di capire che il discorso sui “registri delle unioni di fatto” abbia soprattutto un significato simbolico: le agevolazioni effettive a cui l’iscrizione in questi registri permetterebbe di accedere sono davvero di modesta entità. Circa l’esigenza di un riconoscimento più organico dei diritti e dei doveri relativi a queste unioni – già oggi in buona parte contemplati nella legislazione –, ebbene, penso che su questo punto si potrebbe discutere, ma – ripeto – senza ignorare le differenze con l’istituto del matrimonio, in quanto unione di un uomo e di una donna aperta alla generazione».

Che compiti si pongono oggi per le comunità cristiane, in materia di matrimonio e famiglie?
«Credo che ci si debba impegnare su più fronti. Il primo è quello di una testimonianza effettiva della bellezza di un amore fedele tra un uomo e una donna. Il secondo punto riguarda la necessità di elaborare proposte argomentate, su questioni oggi dibattute; in questo, occorre attenersi “laicamente” a un’argomentazione a livello antropologico, nel senso indicato dal filosofo Jürgen Habermas, quando afferma che le comunità religiose hanno pienamente diritto di far udire la loro voce sulla scena pubblica, ma rispettando il principio per cui “le idee e la norme  devono essere formulate, e pubblicamente giustificate, con un linguaggio comprensibile a tutti”. Infine, è necessaria una partecipazione attiva dei cristiani – a livello di singoli o di corpi intermedi – al dibattito democratico, nelle sedi in cui si prendono decisioni politiche e si legifera. Si tratta di perseguire pazientemente, per quanto è possibile, delle scelte condivise, pur in un contesto caratterizzato da differenti posizioni».

Passando al piano teologico e pastorale: su incarico dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, lei ha preso parte a una serie di “attività collaterali” ai lavori del Sinodo straordinario sulla famiglia dello scorso anno e in vista di quello ordinario, che si terrà nel prossimo mese di ottobre. Si rifletterà ancora su quale atteggiamento si debba adottare nei confronti delle coppie in situazioni “irregolari”…
«I risultati di queste attività di approfondimento promosse dal Pontificio Consiglio per la Famiglia confluiranno a breve in un volume che sarà pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Anche nel prossimo Sinodo, la riflessione sarà dedicata ad un approfondimento ad ampio raggio sul matrimonio come sacramento. Per quanto riguarda le “situazioni irregolari”, dobbiamo riconoscere che all’interno delle  comunità cristiane sono presenti gli stessi casi e dinamiche che si ritrovano nella società civile. Pensiamo, per esempio, al fenomeno della convivenza, o ai divorziati risposati. Costituisce un serio problema pastorale la crescente disaffezione dei giovani nei riguardi del matrimonio, in quanto sacramento: spesso gli si contrappone e gli si preferisce la convivenza, senza che ciò sia avvertito come una contraddizione per chi si professa credente. Una questione per certi versi opposta si presenta con quei divorziati risposati che esprimono un forte senso di appartenenza alla Chiesa, talvolta maturato anche in epoca successiva all’esperienza di un precedente matrimonio magari canonicamente valido, ma inteso di fatto al di fuori di una prospettiva ecclesiale. Il Sinodo del prossimo ottobre dovrebbe aiutare a trovare delle forme pratiche di mediazione, per dare risposta a tali problemi. L’idea è che si debba usare la “medicina della misericordia”, senza confonderla con il buonismo: la misericordia è un dono che giunge in anticipo sulle nostre iniziative e capacità, come apprendiamo dal Vangelo, ma questo dono è anche un appello a mettersi in cammino, a esercitare una responsabilità nei confronti di se stessi e del prossimo».

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