Francesco D’Adamo: nascere «Dalla parte sbagliata» non è una condanna

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Si può nascere «Dalla parte sbagliata» del mondo ma, alla fine, farcela. «Per vivere, da una parte o dall’altra, ci vuole coraggio». In tempi difficili lo scrittore Francesco D’Adamo vuole dare ai giovani, ai quali in prima battuta si rivolge, un messaggio positivo. Aveva raccontato, vent’anni fa, la vicenda di Iqbal Masih, bambino venduto come schiavo a un fabbricante di tappeti. Iqbal si era ribellato, aveva raccontato la sua storia, che aveva fatto il giro del mondo, aveva conquistato la libertà e la possibilità di studiare: voleva fare l’avvocato. Ma pochi anni dopo era stato ucciso da chi temeva che questa ribellione si diffondesse come un contagio. Ora D’Adamo ne «La parte sbagliata» (Giunti) segue il destino di due amiche di Iqbal, due ragazze coraggiose, ritrovandole dieci anni dopo la sua morte.

Come mai ha deciso di scrivere il «sequel» di Iqbal?
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Dopo la pubblicazione della storia di Iqbal sono stato nelle scuole di tutta Italia e ho incontrato migliaia di ragazzi. Le domande che mi venivano fatte più spesso erano due: la prima era impegnativa “dopo la morte di Iqbal cosa è cambiato? Il lavoro minorile è sparito oppure no?” Molti mi chiedevano poi di scrivere il seguito di una vicenda che avevano trovato così appassionante. “Perché non ci dici cosa è successo alle due bambine, Fatima e Maria?” Questo mi è sembrato il momento giusto. Il romanzo parte dieci anni dopo la morte di Iqbal, le due ragazze sono ormai cresciute».

Che cosa ne è stato, dunque, di Fatima e Maria?
«Fatima è emigrata in Italia con due suoi fratelli: si è inserita, ha un lavoro, una casa, ha imparato a parlare l’italiano e a cucinare gli spaghetti, ha uno strano fidanzato italiano che si chiama Sandrone, perché è di taglia extralarge. Maria è rimasta in Pakistan, è una giovane forte, coraggiosa, intraprendente, continua le battaglie per i diritti dei bambini e delle donne perché intanto sono arrivati “gli uomini con la barba”. Nel romanzo racconto le due storie che scorrono parallele attraverso le lettere che le due ragazze, legate da un profondo affetto, si scrivono. Le due storie sono apparentemente lontane ma finiscono drammaticamente per diventare molto simili. Fatima scopre la condizione vicina alla schiavitù che c’è in Italia: farà un viaggio tra i campi di pomodori dove lavorano i clandestini a 50 centesimi al giorno. Maria si scontra invece con le nuove forme di sfruttamento, le fabbriche dei marchi occidentali, dove si lavora senza sicurezza e senza diritti e ci sono giovani, giovanissimi che si scontrano con una realtà difficile».

Se il lavoro minorile c’è ancora, vent’anni dopo Iqbal che cosa è cambiato?
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In questo mio primo romanzo al femminile le protagoniste sono forti, e alla fine vincono. Questa è la differenza più grande. Entrambe le protagoniste ottengono grandi soddisfazioni dalla vita. Forse sono situazioni improbabili nella realtà ma non mi importa, volevo dare un messaggio di fiducia e ottimismo: se lottiamo ce la possiamo fare. Con i tempi che corrono volevo parlare di speranza e non a caso ho messo al centro le donne: il premio Nobel a Malala potrebbe aver segnato davvero uno spartiacque. Non ci sono diritti da nessuna parte e per nessuno se prima non vengono riconosciuti i diritti femminili. È inutile che pensiamo ai diritti del lavoro da noi, ai diritti dei bambini se prima non viene sciolto il nodo dei diritti delle donne».

Da dove viene il titolo «Dalla parte sbagliata»?
«È il verso di una canzone di Bruce Springsteen che Fatima ascolta con le cuffia e lì il cantante racconta cosa vuol dire nascere dalla parte sbagliata in America. Anche in Occidente, infatti, c’è una parte giusta e una parte sbagliata, figurarsi che cosa accade quando si nasce dalla parte sbagliata del mondo. Che sia Ismael, il ragazzo clandestino che deve attraversare il mare, che siano i ragazzi dei quartieri di periferia delle città italiane, a me piace raccontare le storie di chi parte svantaggiato, ma cercando di far capire che anche in quei casi è possibile farcela».

Lei racconta ai ragazzi storie difficili…
«Ogni volta in me scatta la sfida: vediamo se riesco a raccontare una bella storia anche partendo da una realtà così dura. Lo faccio perché sono le storie che ho dentro la pancia. Sono convinto che i bei romanzi raccontino la realtà e il mondo meglio di qualsiasi altro mezzo di comunicazione. Racconto storie che normalmente restano nascoste e lo faccio perché mi arrabbio. Non più tardi di due anni fa a Dacca, in Bangladesh, è crollato il Rana Plaza, un ecomostro di nove piani in cui c’erano decine e decine di fabbriche tessili occidentali e sotto le macerie sono rimaste uccise migliaia di persone, e molti sono rimasti gravemente feriti. Una delle storie che c’è in questo romanzo ricorda questa tragedia solo che io la faccio finire bene. Quando c’è stato il crollo mi aspettavo che si fermasse il mondo invece non è accaduto. Ho scritto delle storie indignandomi e sperando che qualcun altro si indigni. Se incominciano a farlo da piccoli è meglio».

Leggere può cambiare lo sguardo sulla realtà? Aiuta a trattare in modo diverso i compagni di banco?
«Leggere è una straordinaria scuola di tolleranza. Se ti sei appassionato alla storia di Iqbal, Maria e Fatima sei diventato qualcuno di diverso da te per qualche ora, hai imparato a guardare il mondo con i suoi occhi. La prossima volta che incontrerai un ragazzo o una ragazza pakistana magari potrai parlarci e giocarci, senza farti domande sceme per esempio il motivo per cui porta un velo in testa. Razzisti e xenofobi non leggono anzi i libri li bruciano e se ne vantano».

Maria in Pakistan deve difendersi dagli “uomini con la barba”. Anche questo è un modo per mostrarci l’estremismo islamico da un’altra prospettiva?
«Certo. In questo libro parlo anche di come è difficile convivere con l’Isis e gli uomini con la barba. Noi ne siamo terrorizzati, ma a pagare il prezzo più alto in questo momento sono proprio i paesi islamici, che stanno vivendo una spaventosa oppressione. Questo rende ancora più importante puntare uno sguardo diverso su questa complessa questione. Volevo provare a raccontare cosa vuol dire avere 15 anni in un Paese in cui essere liberi vuol dire poter ridere o ascoltare della musica perché anche questo è proibito».

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