Psicologa e cassiera: «La libera professione è un azzardo. Ma un lavoro soddisfacente è metà della vita»

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È sempre difficile parlare di grandi temi, come il legame tra felicità e lavoro, senza cadere in generalizzazioni. Meglio raccontare piccole storie che, nella loro semplicità, riassumono la situazione di oggi, in cui per molti giovani è già sufficiente avere un lavoro per essere felici, se poi è quello per cui si è studiato, ancora meglio. Giulia, 25 anni, lavora come logopedista da due, dopo la laurea. Nessun contratto fisso (per praticare l’attività ha aperto una partita IVA), ma un ritratto a tinte rosa: «Sono molto felice del mio lavoro, era quello che volevo fare, da sempre, ed esserci riuscita è una grande fonte di soddisfazione». Talmente grande da poter sopportare anche qualche sacrificio, all’inizio: «Nei primi mesi ho lavorato anche in quattro posti contemporaneamente, fisicamente era davvero stancante, ora sono scesa a due». Ambiti e spazi lavorativi diversi (uno studio privato per i bambini, l’ospedale pubblico per la riabilitazione di adulti), ma Giulia non riuscirebbe a rinunciare a nessuno dei due: «Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo e mi piace molto anche frequentare i corsi di aggiornamento, mi sembra di tornare ai tempi dell’università». Per questo motivo, vale la pena di rinunciare, per ora, al posto sicuro: «Non è una condizione indispensabile, per me. se la situazione rimanesse questa anche tra un anno, non sarebbe un problema, anche se un contratto rimane un sogno». L’importante, piuttosto, è non smettere di fare quello che sta facendo: «È come portare un vestito che mi calza a pennello: non vorrei mai toglierlo».
Sara, invece, di anni ne ha compiuti 31: il suo vestito perfetto è la psicologia e nel 2004 si era appena iscritta all’università. Come tanti coetanei voleva trovarsi un lavoretto per «guadagnare qualcosina». Detto, fatto: quasi subito ha cominciato a lavorare come cassiera in un ipermercato – «e con i turni potevo anche seguire i corsi». Solo dieci anni dopo ha iniziato a fare anche quello per cui ha studiato (e senza lasciare il vecchio impiego a tempo indeterminato). «Non ringrazierò mai abbastanza per la decisione del 2004, è grazie a quella che oggi mantengo la famiglia» dice. Che nel frattempo si è allargata con due bambini. «La libera professione all’inizio è un azzardo e la sicurezza economica è importante». Esattamente come un lavoro soddisfacente (“è metà della vita” mi dice Sara). I momenti di incertezza non mancano, così come i dubbi di «non essersi mossa di un centimetro dopo tanti anni». Ma poi passano, con molto realismo e una consapevolezza: «Vorrei dedicarmi totalmente alla professione e mollare il resto, ma per ora non si può. Bisogna trovare un buon compromesso e questo è il mio».

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