Come si mangia in clausura? A proposito di cibo e di sobrietà. E di Expo

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Foto: il padiglione della Santa Sede all’Expo di Milano

Cara suor Chiara, si è parlato molto di cibo in occasione dell’apertura dell’Expo. In questa occasione qualcuno ha parlato di sobrietà e ha perfino rivalutato il valore positivo del digiuno. Quale è il menù abituale dei vostri pranzi? E che osa pensi del digiuno? Pensi che la cosa debba restare nei conventi o che possa dire qualcosa anche a chi vive fuori? Grazie. Renata

Consumare il nutrimento, cara Renata, è un’azione che accomuna ogni l’uomo; come il nascere e il morire, esso appartiene alla nostra esperienza umana. L’occasione offerta dall’Expo è, perciò, preziosa, poiché ci aiuta a riappropriarci dell’alto significato della convivialità. La nostra cultura, purtroppo, ha smarrito il suo significato e lo ha ridotto a un semplice consumo di pasti, fatto il più in fretta possibile e, spesso, in solitudine, modalità che rende schiavi dei nostri bisogni, vera e propria gara assurda a scapito dei più deboli. Il cibo materiale si offre, spesso, come via per appagare i molteplici vuoti interiori che ci attanagliano nel profondo, così che il nostro rapportarci ad esso può divenire a volte segno di squilibrio e sofferenze interiori.

TROVARSI ATTORNO A UNA TAVOLA

La simbologia del banchetto è molto evocativa: richiama, da sempre, lo spazio dove i legami fraterni e familiari si consolidano e dove i più importanti avvenimenti della vita vengono celebrati. Il nostro riunirci attorno alla tavola appaga, così, bisogni molto più profondi, che non si identificano solo con quelli fisici: la festa, la gioia, il dolore, la fatica, trovano, attorno ad un mensa, la via per essere condivisi e raccontati.
Nel vangelo Gesù non teme di incontrare i peccatori proprio durante i banchetti e in questo contesto dona la sua misericordia; Egli stesso si offre come alimento che sfama la fame del cuore; nell’ultima cena si regala come pane per essere condiviso dai suoi. Anche il segno del convito è utilizzato da Gesù per esprimere il compimento del Regno: come non fare memoria del banchetto di nozze, immagine della festa e della gioia dell’eternità, nel quale Gesù stesso passerà a servirci?

DIGIUNO E SOLIDARIETÀ

Parimenti il digiuno ha risonanze evangeliche profonde: nel deserto Gesù digiuna quaranta giorni per proclamare il primato di Dio. Per il cristiano, questa pratica antica esprime la solidarietà con coloro che soffrono la privazione di una adeguata alimentazione, è un mezzo ascetico che può aiutare a liberare il cuore dagli attaccamenti al superfluo e all’opulenza, ma ha anche una dimensione di fede profonda: con l’astinenza dai cibi noi manifestiamo la totale dipendenza da Dio, l’unico capace di dare pienezza e consistenza alla nostra vita, rendendo così visibile la nostra incompiutezza. Con la sobrietà, infatti, ci mettiamo nella condizione attendere da Dio il compimento della nostra esistenza, poiché: “Non di solo pane vive l’uomo”. È con questo tema che la Conferenza Episcopale Italiana ha voluto essere presente all’Expo, allo scopo di ricordare a tutti che l’uomo ha fame di Dio e della sua Parola. L’immagine del pasto, così umana e così universale, è quella che, insieme ad altre, meglio ci parla di Dio e dell’uomo con le sue gioie e i suoi drammi.

IL PRANZO IN MONASTERO

Per tutti questi motivi, in monastero, il tempo del pranzo costituisce un momento importante della giornata: la fraternità riunita in refettorio, infatti, gode dei doni del creato e ne fa oggetto di rendimento di grazie. Nutrita del medesimo pane materiale, come dell’unica mensa eucaristica, essa cresce nel vincolo della pace e sperimenta la gioia di stare insieme. Il cibo cucinato dalle sorelle incaricate ci parla della mano provvidente del Padre che si apre per saziare la nostra fame, ci racconta della bontà di tanti fratelli che, generosamente, sovvengono alle nostre necessità e diviene un modo per esprimere la festa o la mestizia che il tempo liturgico ci propongono.
Il menù del convento, infatti, varia a seconda delle feste che la Chiesa ci fa celebrare o di particolari ricorrenze: nei giorni di gioia non abbiamo paura di abbondare, consumando anche semplici leccornie, ma nel contempo non temiamo di nutrirci di cibi poveri e sobri, o di astenerci addirittura quando particolari giorni penitenziali ce lo chiedono, o quando situazioni sociali o ecclesiali ci invitano ad una piccola rinuncia. In monastero si impara, perciò, a celebrare la festa e a celebrarla bene, prestando attenzione che anche la tavola sia curata con gusto, e semplicità, ma, insieme, si diviene capaci di mense frugali, che hanno il sapore del digiuno e della penitenza, per evidenziare che lo spirito è chiamato a beni più grandi di quelli terreni.
Io credo, però, che tutto questo non appartenga solo alla nostra Forma di vita! Ogni cristiano potrebbe vivere questi valori nella propria famiglia. Nonostante il ritmo vertiginoso delle giornate, non è forse, possibile inventare o creare motivi di convivialità che aiutino a scoprirci fratelli e sorelle chiamati a percorrere insieme il cammino della vita?

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