Nuova luce sulla Pietà Rondanini: dal testamento di Michelangelo al mattino dell’Expo

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«La Pietà Rondanini appare una scultura moderna, ciò deriva dal fatto che non è finita, si sente il tormento di Michelangelo, uomo scorbutico, che soffriva moltissimo, perché paradossalmente l’artista non era mai soddisfatto del suo lavoro. Anzi, Michelangelo godeva di questo tormento trasportandolo nelle sue opere. Questo è tipico dell’arte contemporanea che è molto concentrata sulla capacità comunicativa dell’opera, quindi sulla capacità di trasferire l’angoscia, il pathos dell’autore all’interno delle singole composizioni artistiche. Nell’arte rinascimentale questo era un concetto sconosciuto, c’era la bellezza universale, i rapporti aurei, il concetto di bellezza esisteva come un bene universale al quale avvicinarsi. Oggi la bellezza è relazionata all’emotività, alla capacità di suscitare emozione». L’architetto e designer Michele De Lucchi ha firmato l’allestimento espositivo della nuova collocazione della Pietà Rondanini, opera incompiuta di Michelangelo Buonarroti (Caprese, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564) che dopo 60 anni trascorsi nella Sala degli Scarlioni del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco milanese, dal 2 maggio scorso si può ammirare nel nuovo museo allestito nell’antico ospedale spagnolo nel Cortile delle Armi sempre del Castello Sforzesco. Per De Lucchi inoltre, la Pietà Rondanini è «un’opera anticipatrice, ciò è spiegato dal fatto che la scultura per secoli non venne considerata. L’opera faceva parte della collezione del Marchese Rondinini, questo era il nome esatto, conservata in una nicchia della biblioteca dell’abitazione romana del nobile in via del Corso. Era sì un’opera michelangiolesca ma siccome era incompiuta, non valeva niente. Si è iniziato a rivalutare e a capire la Pietà Rondanini proprio con il crescere del senso che noi attribuiamo all’arte oggi, cioè con il Romanticismo e l’Espressionismo», sostiene l’architetto, nato a Ferrara nel 1951, il quale ha realizzato progetti architettonici per edifici residenziali, industriali, direzionali e culturali in Italia e nel mondo.

La Pietà Rondanini, che racchiude in un unico blocco di marmo le figure del Cristo e della Vergine ricavate quasi interamente una dall’altra, ritiene sia testamento spirituale e meditazione dell’anziano Buonarroti sulla morte e la salvezza dell’anima?
«Sì, questa è stata l’ultima opera di Michelangelo, forse l’artista sperava di trovare la forza per portare a compimento la sua creazione, ma purtroppo Michelangelo era molto anziano, aveva ottantanove anni quando è morto, ottant’anni quando aveva iniziato a creare la Pietà Rondanini, più di ottantacinque quando la distrusse per rifarla. Era l’unica opera che Michelangelo aveva fatto per se stesso, quindi è conseguente che il Buonarroti l’avesse composta come testamento personale. L’artista era molto critico nei confronti della Chiesa e del comportamento dei papi di allora che avevano uno stile di vita e un uso della ricchezza non consono al loro ruolo. Questa immagine della Madonna che non si capisce se sostiene o se sia sostenuta dal figlio potrebbe essere il simbolo della Chiesa stessa della metà del Cinquecento. Cioè il simbolo di una donna affranta, consumata, disperata che rappresenta quella Chiesa che non è più capace di sostenere e di farsi sostenere ma è dedita solamente ai piaceri della vita terrena».

Quanta forza drammatica emerge da queste figure?
«Molta, soprattutto osservando la statua dalla parte posteriore. Non sapendo bene quale destinazione avesse la Pietà, un altare forse, una nicchia, e probabilmente non lo sapeva nemmeno Michelangelo, l’artista aveva dato la forma solo alla schiena, non l’aveva ancora dettagliata. Però quella curva appare quanto mai espressiva e moderna. Oggi uno scultore, un pittore, si accontenterebbe di abbozzare una curva così per rappresentare la drammaticità. Anzi, nessuno potrebbe scolpire una curva migliore di quella».

C’è chi ha definito l’allestimento di una delle icone universali della storia dell’arte come “commovente”, perché dà luce e respiro al capolavoro scultoreo. Merito anche del progetto illuminotecnico della cinquecentesca sala restaurata?
«Sicuramente, credo che l’impianto illuminotecnico, i corpi luminosi a led sono nascosti e collocati esclusivamente sul perimetro della statua, funzioni particolarmente bene, perché vive in simbiosi con la luce naturale del giorno. Quindi è un impianto che esalta l’opera di Michelangelo e che permette di ammirare la sala. Si percepisce l’effetto, permette di contemplare il capolavoro michelangiolesco alla perfezione. Sono felice e orgoglioso del fatto che il progetto di allestimento sia stato definito “commovente”, il termine “commovente” deve però essere riferito anche alla cinquecentesca sala dell’antico ospedale spagnolo che era la sala dove venivano accatastati i corpi dei malati di peste».

È vero che nello sviluppo del progetto si è tenuto conto della sicurezza dell’opera?
«Sì. Nel 1952 la scultura fu acquistata dal Comune di Milano, che la destinò alle Raccolte Civiche del Castello Sforzesco, però era sistemata in maniera precaria, semplicemente appoggiata su un altare romano che aveva le dimensioni giuste per fare da base. Se il terremoto dell’Emilia di due anni fa si fosse malauguratamente propagato per un centinaio di chilometri in più, la Pietà Rondanini sarebbe caduta per terra, andando distrutta, perché la statua ha un baricentro molto delicato essendo così curva, per cui il baricentro del peso non cade al centro della massa marmorea. Ci siamo preoccupati che lo speciale basamento cilindrico ad alta tecnologia fosse a sua volta posato su una piattaforma antisismica, per smorzare qualsiasi vibrazione o colpo accidentale. Oggi la statua è sistemata nella maniera più tecnologicamente sofisticata».

Guido Rossi in una recente intervista ha parlato della “ritrovata centralità culturale di Milano” anche in occasione dell’Expo. È d’accordo con la riflessione del giurista?
«Sono d’accordo e mi fa piacere. Come dimostra la Pietà Rondanini, l’arte è in continua evoluzione perché il concetto di arte si evolve con il concetto di modernità, veicola le ambizioni e le aspettative dell’umanità. Oggi le forme d’arte si sono molto evolute, il compito di testimoniare l’epoca storica che una volta era affidata all’arte oggi è affidata al design, alla moda, a tutta la cultura figurativa applicata al sistema industriale. L’arte oggi ha un ruolo molto più simbolico e di ricerca sperimentale».

Attraverso Expo Milano 2015 il nostro Paese come guarda al futuro?
«Sono stato sempre favorevole all’Expo e lo sono tuttora. Ho visitato l’Esposizione Universale e ho notato che funziona molto bene anche nei giorni di grande affluenza. Ci sono le code davanti ai padiglioni più belli. Si respira uno spirito festoso che avevamo perso a causa della crisi economica, quindi l’Expo ha sicuramente modificato il senso di fare le cose e Milano ha percepito questo mutamento. L’Expo sfonda i confini nazionali, ci fa riportare agli occhi di tutto il mondo, vedo la gente anche in metropolitana contenta di essere qui, diciamo che l’Expo ha modificato l’umore. Se il buongiorno si vede dal mattino, allora questo potrebbe essere un bellissimo mattino».

 

Informazioni:

Castello Sforzesco

Piazza Castello – Milano

Orari: da martedì a domenica 9 – 17, 30. Ultimo ingresso ore 17. Lunedì chiuso.

Biglietti: 5 euro, ridotto 3 euro (Ingresso gratuito ogni giorno durante l’ultima ora d’apertura e tutti i martedì dalle ore 14).

http://www.milanocastello.it/

Foto © di Roberto Mascaroni

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