Gli italiani sono «formiche»? Solo una famiglia su tre riesce a risparmiare

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«Dai dati in nostro possesso sembra che la persistente debolezza dell’attività economica negli ultimi anni abbia comportato un aumento della vulnerabilità finanziaria percepita dalle famiglie: il 47% degli individui riferisce di una flessione del reddito annuo rispetto ai dodici mesi precedenti, temporanea (15%) o permanente (32%). Tra questi prevalgono le donne, i lavoratori autonomi e i residenti nelle regioni centro-meridionali. Peraltro, non si parla solo di “percezioni”: l’Italia è stato l’unico tra i maggiori paesi dell’Eurozona ad aver subito una contrazione del prodotto interno lordo anche nel 2014. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, nel 2015 anche noi dovremmo tornare a sperimentare variazioni del prodotto interno lordo positive, sebbene più contenute di quelle previste per altri Paesi dell’area euro; gli indicatori di fiducia di imprese e famiglie a fine 2014 riflettevano ancora, tuttavia, il perdurante clima di incertezza». Paola Soccorso, funzionario dell’Ufficio Studi Economici della Consob, una delle curatrici del Report Famiglie 2015 realizzato dalla Commissione nazionale per le società e la borsa, autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari, commenta i dati emersi dall’indagine sulle scelte d’investimento delle famiglie italiane, i quali hanno rilevato che solo una famiglia italiana su tre riesce a risparmiare, il 45% circa dichiara che il reddito disponibile basta appena a coprire le spese, il 15% ha intaccato i risparmi mentre circa l’11% del totale è costretto a indebitarsi.

La Consob ha rilevato, nonostante tutto, un aumento del 3,4% (superiore alla media Ue del 3%) della ricchezza netta delle famiglie. Il tasso di risparmio si attesta all’8,6%, sotto i livelli raggiunti prima del 2008, se pur con un lieve miglioramento sul 2013. Dott.ssa Soccorso, forse la crisi ha evitato spese superflue?
«In realtà l’incremento della ricchezza netta è dovuto solo in parte alla capacità di evitare spese superflue. Il risparmio infatti è solo lievemente migliorato rispetto al 2013. La ricchezza netta è aumentata anche per un effetto valutazione e in ragione del migliore andamento dei mercati finanziari registrato rispetto agli anni precedenti».

Chi riscontra maggiori difficoltà a risparmiare? Non siamo più un popolo di grandi risparmiatori come siamo sempre stati considerati?
«Ad avere più frequentemente difficoltà a risparmiare sono soprattutto gli individui con livello di istruzione più basso, i residenti al centro-sud, nonché (tra gli occupati) i lavoratori autonomi. Il divario tra tasso di risparmio netto delle famiglie europee e quello delle famiglie italiane in effetti si è ampliato: a partire dal 2005, gli italiani hanno sperimentato una persistente contrazione del tasso di risparmio netto che a fine 2012 ha raggiunto il minimo storico (4% circa). Fortunatamente, l’abbiamo detto, la situazione appare in lieve miglioramento».

La composizione delle attività finanziarie è andata incontro a sostanziali cambiamenti: più liquidità nel portafoglio, aumento di depositi bancari, riserve assicurative e pensionistiche, meno azioni, fondi comuni, obbligazioni. Ce ne vuole parlare?
«Nell’ultimo biennio, la composizione delle attività finanziarie detenute dalle famiglie italiane ha visto crescere il peso del circolante e dei depositi (in linea con il dato europeo, dal 28% nel 2007 al 32% nel 2014) e delle riserve assicurative e pensionistiche (dal 16% al 20%), a fronte di una contrazione delle quote riferibili a fondi comuni, titoli obbligazionari e azioni quotate; a fine 2014, tuttavia, l’incidenza delle quote di fondi comuni è tornata ai livelli pre-crisi. La recente discesa dei tassi di interesse sui titoli di Stato ha spinto probabilmente i risparmiatori a cercare investimenti più remunerativi, quali fondi, polizze vita e prodotti previdenziali. La quota di risparmio gestito sul totale delle attività finanziarie delle famiglie risulta comunque ancora piuttosto contenuta nel confronto internazionale».

Nel Rapporto Consob si legge che “le conoscenze finanziarie e le capacità logico-matematiche degli italiani rimangono basse”, quasi metà delle famiglie dichiara di non conoscere o sbaglia il concetto di “inflazione”. A cosa è dovuta questa scarsa competenza finanziaria?
«Secondo i dati OCSE, nonostante i recenti miglioramenti registrati, il livello medio di competenze matematiche in Italia resta basso rispetto ad altri Paesi. In particolare, gli studenti italiani hanno difficoltà anche con domande che richiedono ragionamenti matematici semplici o con domande la cui soluzione richiede una capacità d’integrazione di informazioni provenienti da diverse fonti. La Consob riconosce all’educazione finanziaria un ruolo centrale nella tutela dell’investitore. Nel corso del 2014 l’Istituto ha avviato un ciclo di seminari i cui primi destinatari sono stati i referenti delle associazioni dei consumatori, interessati a innalzare la qualità delle interlocuzioni con i risparmiatori. Nel 2015, è stato inoltre attivato il nuovo portale di educazione finanziaria, immaginato come canale di diffusione di informazioni e nozioni sui temi della ‘gestione’ del risparmio personale e degli investimenti e disegnato in modo da essere fruito da molteplici tipologie di destinatari. L’Istituto, infine, intende partecipare attivamente e in condivisione con le altre Autorità di vigilanza alla definizione di una politica unitaria in tema di educazione finanziaria intesa come mezzo per innalzare i livelli di protezione degli individui, promuoverne la fiducia nei mercati finanziari e stimolare una più attenta attività di pianificazione finanziaria e investimento».

È vero che l’indagine ha sottolineato una correlazione tra genere, istruzione e area di residenza, da un lato, e scelte finanziarie, dall’altro? Chi risulta più informato l’uomo o la donna?
«Dai nostri dati gli uomini risultano un po’ più preparati delle donne. In particolare, abbiamo testato la conoscenza di tre nozioni finanziarie di base, inflazione, diversificazione e relazione rischio-rendimento, e abbiamo verificato la capacità di calcolare un montante in regime di interesse semplice e il rendimento atteso di un investimento. Stando a questa specifica rilevazione, quindi, in termini di percentuale di soggetti che hanno risposto correttamente ad almeno quattro domande su cinque, il divario tra uomini e donne è pari a 13 punti percentuali».

Qual è l’identikit dell’investitore italiano medio per il Report Famiglie 2015?
«L’investitore italiano ritiene di aver capacità finanziarie superiori alla media, ma mostra limitate conoscenze finanziarie di base. È esposto a errori di valutazione che possono distorcerne la percezione del rischio, anche quando presenta un livello elevato di istruzione e conoscenze finanziarie. È molto avverso alle perdite e la sua propensione a investire aumenta se sono disponibili prodotti a capitale protetto e/o rendimento minimo garantito. Il fattore più rilevante è, comunque, la fiducia: la maggior parte degli italiani decidono di investire nel momento in cui sentono di potersi fidare degli intermediari e delle regole poste a tutela dei propri risparmi».

A chi si affidano gli investitori italiani per la scelta dei prodotti finanziari?
«Oltre il 40% degli intervistati si avvale del consiglio di familiari e amici prima di investire, il 15% decide in autonomia, mentre il ricorso alla consulenza rimane ancora marginale. Solo il 9% degli investitori, infatti, fa affidamento su proposte di investimento personalizzate e riferite a uno specifico strumento finanziario. Tali soggetti detengono generalmente un portafoglio più diversificato (a fine 2014 il 74% possiede almeno uno strumento finanziario rischioso) rispetto a coloro che non si avvalgono di un consulente».

Qual è stato alla fine del 2014 il livello di partecipazione delle famiglie ai mercati finanziari? È cresciuto o aumentato rispetto all’anno precedente?
«A fine 2014 il livello di partecipazione delle famiglie ai mercati finanziari si è attestato attorno al 48%, in crescita di sette punti percentuali rispetto all’anno precedente sebbene ancora inferiore ai valori registrati nel 2007 (55%). Tale incremento è imputabile soprattutto alla maggiore quota di investitori retail che detengono almeno un’attività rischiosa (azioni, obbligazioni, risparmio gestito e polizze vita), passata dal 26% nel 2013 al 32% nel 2014».

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