Carlo Ginzburg a Bergamo: le immagini portano i segni del potere

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Mercoledì 23 settembre alle 21 Carlo Ginzburg in dialogo con Stefano Levi Della Torre presenta il libro “Paura, reverenza, terrore” nello Spazio Zero della Gamec (via S. Tomaso 53, Bergamo). Anticipiamo l’incontro con una recensione del volume.

Quella foto di Aylan, il bambino siriano di tre anni morto annegato, disteso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, con la sua maglietta rossa e i pantaloni corti, è diventata un simbolo. Nel bene o nel male, ci vorrà un bel po’ prima che riusciamo a dimenticarla, se mai ci riusciremo. Un’immagine potente anche dal punto di vista politico, uno spartiacque nella storia dell’accoglienza europea dei profughi. Non c’è nel libro di Carlo Ginzburg “Paura, Reverenza, Terrore”, la raccolta di cinque saggi di iconografia politica che inaugura la nuova collana “Imago” di Adelphi. Ma lui stesso l’ha indicata come esempio presentando il suo libro al Festivaletteratura di Mantova per dire che “le immagini sono sempre il frutto di una costruzione, sono dense, stratificate”. I saggi del libro partono dal concetto di “pathosformeln” (formule di pathos) coniato da Aby Warburg, storico e critico dell’arte tedesco, più di un secolo fa: “Warburg – spiega Ginzburg – paragonò le raffigurazioni di determinati gesti, citabili come formule, a superlativi verbali, ossia parole primordiali della gesticolazione appassionata” e in queste espressioni trovò elementi di ambivalenza: notò in sostanza che gesti che esprimono emozioni estreme possono essere interpretati in modi opposti. Warburg intuì che “le reazioni umane a quelle formule dipendono da contingenze completamente diverse, in cui i tempi più o meno brevi della storia si intrecciano a quelli lunghissimi dell’evoluzione”. Questo intreccio è ciò che interessa a Ginzburg, e nel libro lo declina attraverso esempi molto interessanti, con un metodo di ricerca multidisciplinare affascinante e innovativo. Il primo saggio riguarda una coppa in argento dorato conservata nella Schatzkammer della Residenz di Monaco, con immagini anticheggianti usate per raccontare l’incontro degli europei con il Nuovo mondo: simboli mitologici che raccontano una guerra che si svolge in un tempo diverso, in un altro continente, con il linguaggio di quello vecchio, un modo per riportare l’ignoto al noto, ciò che è straniero e pauroso a una dimensione familiare, a un universo espressivo che si può dominare. Il secondo saggio propone una rilettura di Hobbes e a parlare di terrore (e non terrorismo) partendo da lontano: “Qualche volta bisogna cercare di sottrarsi al rumore incessante delle notizie che arrivano da ogni parte. Per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco. Oppure, ricorrendo a una metafora diversa: dobbiamo imparare a guardare il presente a distanza, come se lo vedessimo attraverso un cannocchiale rovesciato. Alla fine l’attualità emergerà di nuovo, ma in un contesto diverso, inaspettato”. E a un certo punto della sua analisi – dopo aver spiegato la genesi del concetto di “awe”, “terrore sacro” usato per creare sottomissione in Hobbes – mantiene la promessa: “Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, talora lo subiscono. E’ il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo simile a quello pensato e indagato da Hobbes”. Il terzo saggio parte da “Marat all’ultimo respiro”, il celebre quadro di Jacques Louis David. Fin dall’inizio Ginzburg si scusa perché ne parla senza essere uno storico dell’arte. Ma non è questo il punto di vista che gli interessa. Mette in luce piuttosto un intrigante intreccio di arte, politica e religione. David attinge elementi all’iconografia cristiana, in un momento in cui la rivoluzione si impegna in un processo di de-cristianizzazione: “Quest’invasione della sfera del sacro – sottolinea Ginzburg – è proseguita e, in forme contraddittorie, prosegue ancora. E’ l’altra faccia della secolarizzazione: un fenomeno nato in Europa, e poi dilagato nel mondo, ma che è ben lontano dall’aver vinto la sua battaglia”. La secolarizzazione, secondo Ginzburg, fa parte delle molteplici ed eterogenee radici dell’Europa: “accanto al cristianesimo, di cui essa ha ripreso, mimeticamente, la tendenza ad appropriarsi dei contenuti e delle forme più varie”. Il quarto saggio parla di patriottismo a partire dal celebre manifesto del 1914 che ritrae Lord Kitchener nell’atto di chiamare gli uomini alle armi: “Britons. Join your country’s Army”. Sguardo in macchina e dito puntato: un’immagine forte, efficacissima, una posa destinata ad essere imitata moltissime volte, con il medesimo intento, in tutto il mondo (solo ieri circolava nei social network una foto analoga del presidente dell’Uganda Mosive, citato per la sua contestata presenza a un convegno in città). Quell’immagine generò una scarica di energia sociale, e Ginzburg cerca di capire perché. E per decriptare i messaggi subliminali del manifesto compie una lunga cavalcata attraverso arte, storia, filosofia, propaganda, sul filo della memoria. “Abbiamo dovuto ricorrere a uno sguardo da lontano – insiste – che permettesse una distanza critica”. L’ultimo saggio, infine, propone una lettura di “Guernica” di Picasso, quadro di opposizione al totalitarismo (“il quadro antifascista per eccellenza, ma in cui il nemico antifascista è assente, sostituito da una comunità di esseri umani e animali, legati dalla tragedia e dalla morte”) facendone emergere la complessità, i rimandi neoclassici, la ricchezza dell’immaginario. Sono saggi inconsueti, che attingono a discipline diverse, che utilizzano le fonti in modo originale, offrono piste per interpretarle in modo nuovo. Nella società di oggi, come ha osservato Salvatore Settis presentando il libro di Ginzburg, siamo circondati da immagini che spesso non riusciamo a decostruire: questo libro aiuta a leggerle in modo critico. “Per capire davvero le immagini – sottolinea Ginzburg, offrendo una preziosa chiave di lettura trasversale – bisogna rallentare, coglierne la densità per non essere passivi e manipolati”. Il primo passo: imparare a coglierne il contenuto politico.

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