Gesù, Messia perdente

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Foto: scavi archeologici a Cesarea di Filippo

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti (Vedi Vangelo di Marco 8, 27-35. Per leggere i testi liturgici di domenica 13 settembre, ventiquattresima del Tempo Ordinario “B”, clicca qui)

Gesù sta “formando” i suoi, dopo la crisi seguita alla moltiplicazione dei pani. Ha lasciato la Galilea, dove le grandi folle lo hanno seguito e dove alla fine lo hanno abbandonato, e va all’”estero”, nella Fenicia (vedi il vangelo di domenica scorsa) e a Cesarea di Filippo, nel vangelo di oggi, che è una zona di confine.

I PARERI DELLA GENTE E QUELLO DEGLI AMICI

Gesù interroga i suoi sulle voci che girano sul suo conto: Chi dice la gente che io sia?  Le attese popolari erano molto diverse. Ma si aspettava, soprattutto, il ritorno dei profeti: la loro scomparsa era ritenuta una calamità e perfino alcune decisioni importanti che dovevano essere prese, erano rimaste sospese, in attesa del ritorno dei profeti che decidessero in nome di Dio. Ora la gente dice che Gesù è Giovanni il Battista, o Elia e altri uno dei profeti. Egli è dunque la figura che, insieme con il Battista, realizza nei tempi presenti l’antica attesa di Israele, l’attesa del ritorno dei profeti. Dopo aver chiesto sulle voci ricorrenti tra la gente, Gesù vuole sapere che cosa pensano i suoi. E Pietro risponde: tu sei il Cristo, cioè il Messia. “Cristo”, come “Messia”, vuol dire “unto”, cioè “consacrato” (l’unzione era il rito di consacrazione del re e del sacerdote).

IL MESSIA, SERVO SOFFERENTE

La mentalità popolare aspettava anche un Messia, politico e vincente. Ma è un’idea molto diversa rispetto a quella di Gesù che, invece, pensa a sé come al Messia sofferente, anticipato dalla figura del “servo sofferente” di Isaia (vedi la prima lettura). Proprio per le ambiguità delle attese popolari attorno al Messia, Gesù resta reticente di fronte a questo titolo. Lo accetta solo qui e durante il processo, quando, ormai, era impos­sibile qualsiasi fraintendimento. Ma non si limita ad accettarlo. Precisa che il Figlio dell’uomo “doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Gesù “faceva questo discorso apertamente”, precisa ancora Marco.

Gesù dunque non rifiuta ciò che Pietro ha appena detto, ma lo rettifica. Egli è insieme Figlio dell’uomo, glorioso, così come il Figlio dell’uomo appare nel libro di Da­niele: essere celeste che viene dall’alto, dunque Figlio di Dio e, insieme, servo sofferente così come appare nei canti del servo sofferente di Isaia. La grandezza di Dio sta in questa straordinaria condiscendenza: è uomo, è fragile, è come noi. Tutto questo rientra nei piani di Dio: il Figlio dell’uomo “doveva” soffrire.

IL MESSIA SECONDO PIETRO

Ma Pietro, discepolo, il primo, il più stimato, non capisce: come può essere sofferente il Messia? Che Dio è un Dio che soffre? E rimprovera Gesù per aver proposto un’immagine così stravagante. Pietro non si accorge ma con il suo zelo diventa l’oppositore di Gesù, perché si mette contro i piani di Dio. Quindi diventa “satana”, l’”avversario”. Il discepolo non deve opposi al maestro, ma fare come lui, seguirlo. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. Marco, scrivendo il vangelo, ripensa alla vita del discepolo come a quella che deve “copiare” la vita del maestro. Forse, lui che è stato discepolo di Pietro, a Roma scrive dopo che ha visto Pietro stesso morire e constata che Pietro, che prima rifiutava la croce, è arrivato ad accoglierla. Morire come il Signore è la realizzazione del totale paradosso. Si dà totalmente la vita, ma questo dono è il vero senso della vita stessa.

LA VITA TRAGICA DEL DISCEPOLO

I discepoli sono testimoni della risurrezione ma, insieme, sono anche e inscindibilmente, testimoni del peccato del mondo. In loro quindi avviene lo scontro fra ciò che pensa Dio e ciò che pensano gli uomini. E’ in loro, in loro soprattutto, che esplode il contrasto. Per questo spesso la vita dei cristiani è tragica. Sono capaci come Pietro di passare dalla fede più pura nella risurrezione alle attese più cupe del potere. Anche nei riguardi di Gesù oscilliamo fra un’idea “forte” e un’idea “debole” di Dio, fra un Dio che ci piace e un Dio che non ci piace, ma che ci salva attraverso il paradosso della croce.

 

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