I giovani: «La cultura non può essere un rifugio, qualcosa che ti porta via la paura di vivere»

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La cultura non può essere solo un contenitore di intrattenimento, anche nel senso più alto del termine, qualcosa che ti porta via, che ti distrae da ciò che è davvero importante, dal cuore dell’esperienza umana. Non può essere solo qualcosa da leggere, da ascoltare, da guardare passivamente: ma può diventare azione, impegno, ricerca, scelta, sfida.
Il messaggio è arrivato ai tanti giovani presenti al convegno di pastorale della cultura, dei beni culturali e delle comunicazioni “Il Vangelo, la Comunità, la Cultura” al cinema Conca Verde di Longuelo. Un’occasione rivolta a tutti, religiosi e laici, per riflettere sulla cultura nella sua promozione, animazione, valorizzazione e comunicazione. Un invito che è stato accolto da moltissime persone come occasione di confronto. Sono stati ricchi di spunti, anche per gli spettatori più giovani, gli interventi del vescovo, monsignor Francesco Beschi; di monsignor Vittorio Nozza, vicario episcopale per i laici e la pastorale; di don Fabrizio Rigamonti, direttore dell’ufficio per la pastorale della cultura e dell’ufficio beni culturali e in particolare quello di monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale della diocesi di Milano che ha parlato di “Radicarsi, pensare, trasfigurare. L’identità cristiana nella cultura postmoderna”. Passato il convegno, abbiamo chiesto ad alcuni di questi giovani di offrirci il loro punto di vista.
«La cultura ha un carattere attivo e non solo ricettivo – afferma Martino, 27 anni, dottorando all’università di Bergamo – Mi ha colpito che monsignor Bressan nel suo intervento abbia pensato al problema della cultura affrontando il tema della morte. La cultura postmoderna non si può spiegare come un rifugio nel quale non pensare al tema della morte, perché non è solo quello”. Giulia, 20 anni, studentessa di Psicologia a Bergamo: «La fede fa da ponte tra le culture e la cultura può far parte della fede – spiega – Sono stata all’estero e stando a contatto con altre confessioni ho notato che ogni fede influisce anche nella realizzazione e ricezione della cultura. E vale pure per la nostra fede cristiana: influenza e modifica la persona e quindi la cultura». Parlando con i ragazzi emerge il pensiero che cultura e fede possono intrecciarsi, non si escludono, non sono due ambiti separati e incompatibili: «Nella mia comunità, a Seriate, si svolgono incontri con altre realtà religiose presenti sul territorio – continua Giulia – questo tipo di incontro è arricchente e positivo: conoscere la cultura degli altri, permette di comprenderli. Dalla comprensione e dalla conoscenza nasce il rispetto». «Un esempio di unione tra fede e cultura la riscontro nell’iniziativa “Sulla Soglia”, proposta dalla Fuci in Università a Bergamo – dice Biagio, 23 anni, studente di Lettere – Negli incontri intervengono diverse personalità, tra cui esponenti della cultura, che leggono il passo del Vangelo della domenica successiva e poi lo commentano, richiamando la propria vita. Poi, un esponente religioso spiega e contestualizza il passo».
«La cultura e la fede – concludono i ragazzi – ci chiamano ad essere attori partecipi, non solo ricettori, e ad aprirci al mondo a 360 gradi».

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