Famiglia, cultura, creatività: ecco la nuova sobrietà del ceto medio

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«Da parte del ceto medio è in atto nel nostro Paese, dopo sette anni di crisi economica, una nuova sobrietà. È lo specchio di un consumo più consapevole del passato, perché in momenti di crisi le famiglie fanno scelte più oculate, con una maggiore attenzione per gli aspetti economici, operando una scelta tra cose diverse». Roberta Sassatelli, docente di Consumer Culture, Contemporary Sociological Theory e Sociologia dei processi culturali all’Università di Milano, analizza le dinamiche, le problematiche e le aspettative della middle-class italiana, che si è scoperta non solo più sobria nei consumi, ma anche attenta alla qualità. Un esercito di persone protagoniste di una nuova «apparenza che comunque nel suo apparire parla di sostanza», precisa la sociologa, nata a Bologna nel 1967.

Nel volume “Fronteggiare la crisi. Come cambia lo stile di vita del ceto medio” (Il Mulino 2015), scritto con Marco Sartorio e Giovanni Semi, sostenete che c’è un nuovo ceto medio (circa 34 milioni di persone), sopravvissuto alla lunga recessione. Quali sono le caratteristiche della nuova middle-class italiana? «Questo ceto medio è sopravvissuto ed è folto, perché il target ha tenuto grazie essenzialmente alle reti familiari che hanno consentito la tenuta economica e anche culturale. L’Italia è un Paese che è diventato relativamente moderno e benestante nel giro di un paio di generazioni. Tante famiglie che adesso hanno figli, hanno ricordi molto precisi di situazioni di austerity, di difficoltà economica, dove i consumi venivano gestiti in un modo diverso, la vita era gestita in un modo diverso come anche le relazioni. Negli anni della crisi gli italiani si sono rivolti a questo passato, quindi sapevano come risparmiare, come fare di necessità virtù. Le donne in questo caso si sono trovate a fare un triplo se non un quadruplo lavoro, si è gravati ancora sulle spalle femminili, e questo non è positivo. Sì, c’è un nuovo ceto medio che in parte si è rifatto al vecchio, all’Italia degli Anni Sessanta se non dell’immediato dopoguerra.  Non si parla tanto di tirare la cinghia quanto di sobrietà. Si riscoprono i valori del produrre in casa, ma non si pensa solo esclusivamente a risparmiare ma ad avere cibo buono, salutare, di filiera corta. Tutto questo viene arricchito da una forte spinta culturale verso l’apprezzamento del “piccolo”, di ciò che “è bello in piccolo”, di ciò che non è vistoso, di ciò che è salutare e salubre.

La polarizzazione sociale si è realizzata in Italia, nonostante la doppia recessione, l’impennata della disoccupazione e la caduta complessiva del reddito disponibile?
«No, si sta realizzando. Il ceto medio resiste ma questo non vuol dire che non si stia assottigliando. Anzi. Il ceto medio sa che non ha molti margini di manovra, per esempio il mercato del lavoro in Italia non è particolarmente dinamico e non tende a favorire le posizioni medio-alte. Anche il nostro Paese si sta polarizzando, quello che sembra venir fuori è una cultura del ceto medio che è decisamente forte. Se da questa cultura poi nasceranno possibilità di tipo economico, penso alle cooperative, alla piccola imprenditoria, al settore del biologico e del sostenibile, alle nuove forme di piccole aziende creative, ciò potrà essere solo positivo.

Ha parlato di “consumi meno vistosi e più di nicchia, più selezionati”. Desidera fare qualche esempio riguardante questo nuovo consumatore oculato?
«Un esempio lampante è quello del settore dell’abbigliamento, il cui acquisto sta calando da vari anni nel nostro Paese. L’Italia era un Paese dove la quota di reddito spesa dalle famiglie per il vestiario, era superiore di gran lunga alla maggioranza degli altri Paesi europei. Ora siamo rientrati in media se non sotto. Si comprano meno vestiti di marca, si guarda di nuovo a quanto dura un vestito, alla sua fattura, al tessuto, alla qualità, al fatto che l’abito deve durare più stagioni. Si guarda meno a come essere all’ultima moda, come avveniva anni fa. Si preferisce avere un vestito della stagione precedente, ben conservato, piuttosto che comprare dieci vestiti e buttarli via. Questa è una forma di consumo molto più attenta alla sostanza. Una apparenza “che fa” di sostanza, un’apparenza che comunque nel suo apparire parla di sostanza».

Un capitolo del libro affronta il tema “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei. Ceto medio e alimentazione”. Ce ne vuole parlare brevemente?
«Un aspetto interessante è quello degli inviti a cena che sono molto diffusi nella classe media. Invitare a cena o essere invitati a cena sono uno dei luoghi di maggior socialità per la middle-class. È lì che ci si ritrova con gli amici. Nei momenti di crisi si va meno a pranzo e a cena fuori e si invita di più. Questo fa capire che il mangiare conviviale è centrale, che per le famiglie di ceto medio avere case non necessariamente enormi non è un problema, ma può essere una risorsa, perché i codici che vengono messi in atto nel momento dell’invitare a mangiare sono quelli dell’informalità. L’idea è quella di ritrovarsi tra amici intimi, si fa vedere un pezzo del privato. Uno dei desideri maggiori degli appartenenti al ceto medio è quello di avere una cucina grande dove invitare a cena. Tutte relazioni considerate positive nella sfera privata, perché calde, dirette, senza fronzoli. Un invito a cenare in cucina rappresenta molto bene queste sensazioni».

Il ceto medio e la casa oggi. Mario Rossi può permettersi l’acquisto di un appartamento o preferisce ristrutturare quello nel quale già abita?
«Gran parte delle famiglie del ceto medio che abbiamo preso in esame sia a Milano sia a Bologna, hanno figli e sono proprietari di case. I dati Istat dicono che siamo tra i Paesi dove la proprietà della casa è maggiormente diffusa. Il problema del ceto medio di adesso sono i figli, perché sono consapevoli che non potranno garantire ai loro figli, com’è accaduto a loro, l’acquisto di un appartamento. I figli della generazione dei quarantenni/cinquantenni non hanno alle spalle in moltissimi casi genitori che sono in grado di fare per loro quello che i loro genitori avevano fatto in passato. “Cosa potrò fare per i miei figli?”, “Per i miei figli non sono in grado di dare i soldi per comprare una casa”. Tutto quindi si svolge in funzione di questa previsione di caduta non propria, ma dei propri figli. Si preferisce ristrutturare, semmai vendere una casa grande per acquistarne due piccole per lasciarne una ai figli. Ecco, le strategie del ceto medio sono di questo tipo. È la previsione del futuro che fa sentire la middle-class particolarmente povera, non è solo il presente».

È vero che i consumi culturali svolgono un ruolo cruciale nella rappresentazione che il ceto medio fa di se stesso? «Sì, tanto è vero che il ceto medio rappresenta le proprie scelte alimentari come un consumo culturale, almeno in parte. Cibo che viene “culturalizzato”, cioè l’appartenente al ceto medio racconta di aver letto ricette, di essere andato a cercare un determinato prodotto. Culturalizza anche la scelta dello sport per il proprio figlio, si informa su come quello sport è nato, ecc… Utilizza molte fonti per fare questo. I quarantenni pur non essendo nativi digitali, navigano molto su Internet. È fondamentale per loro essere nel mondo, sapere dove si vive. Questo viene considerato un tratto distintivo del ceto medio».

Le indagini pubblicate in queste ultime settimane confermano che il quadro economico italiano è in movimento positivo. La ripresa è nelle piccole scelte di ogni giorno delle famiglie italiane. Se è vero che il Pil potrebbe crescere nel 2015 dell’1%, anche questo è un sintomo del fatto che la crisi è ormai alle spalle? «Assolutamente no, non siamo alla fine di una crisi, ma nel mezzo di una serie di onde di crisi. La situazione non è quella degli Anni Cinquanta dove si guardava dopo un periodo di austerity a vent’anni di crescita, ora la situazione è diversa, è una situazione di piccoli shock e di grandi riaggiustamenti globali. Dal punto di vista della struttura sociale italiana la crisi non è passata, per un semplice fatto. Il ceto medio sa che questa non è una crisi, ma un momento di ristrutturazione della struttura sociale. “Magari andrà un po’ meglio”, “Magari l’anno prossimo potrò fare vacanze un po’ più lunghe”. Soprattutto: “Quando potrò fare quello che i genitori hanno fatto per me?”, “Quando potrò mettere da parte 200mila euro per comprare a mio figlio un appartamento?”. Forse mai è la risposta… Il ceto medio sa che la situazione non è più quella di prima, quindi bisognerà trovare strategie diverse. Non è un caso se le persone da noi intervistate non parlavano di crisi bensì di decadenza. Una decadenza cui la middle-class tenta di far fronte».

“Il ceto medio italiano è vivo e lotta insieme a noi, partecipando alla faticosa uscita dalla crisi”. Concorda con l’affermazione del fondatore del Censis Giuseppe De Rita?
«Certo, dalla crisi contingente, sì. Il ceto medio lotta culturalmente, con le risorse della famiglia, con il capitale sociale. Politicamente poco, perché gli italiani sono molto disorientati. È una lotta quotidiana per contribuire a trovare una propria posizione nella struttura sociale che dovrebbe essere meno a piramide, più egualitaria e meritocratica. Con garanzie di mobilità».

 

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