Forza Italia, Berlusconi, i politici di nuova generazione e quel sogno di un centrodestra unito

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Forza Italia allo stato attuale è accreditata di un consenso intorno al 12,5%. L’80% dei suoi elettori attualmente esprime fiducia per Berlusconi ma nello stesso tempo si rende conto che il proprio leader può rappresentare un limite all’affermazione del centrodestra in un’ipotetica tornata elettorale. Quasi tutti i soggetti politici del panorama italiano, infatti, dal terremoto delle elezioni del 2013 in poi hanno cambiato la loro leadership, affidandosi a un esponente della nuova generazione di politici.

Anche all’interno del centrodestra a parte Matteo Salvini, di cui abbiamo già parlato, c’è per esempio Fratelli d’Italia che ha una leader giovane come Giorgia Meloni, lo stesso Ncd (Nuovo centrodestra), ha come leader Angelino Alfano, che pur avendo una lunga esperienza politica è comunque tra gli esponenti di nuova generazione. Per non parlare del PD con Renzi, del Movimento 5stelle con Di Maio, Di Battista, Fico, solo per citare alcuni degli esponenti più in vista, di Scelta Civica con Enrico Zanetti. In questo scenario Berlusconi resta l’unico leader politico “non giovane”, per usare un eufemismo. Difficile immaginare che possa affermarsi contro un avversario giovane. Dall’altra parte, però, quello di Forza Italia non è soltanto un problema di leadership, ma di progetto politico. Da un lato c’è l’aspettativa che un centrodestra unito possa essere molto competitivo, e si richiama spesso l’esempio delle elezioni regionali, e in particolare della Liguria, dove il centrodestra unito è riuscito ad affermarsi. Tra una situazione di questo tipo, però, un’alleanza d’occasione, e l’idea di ricomporre davvero alcune fratture c’è ancora una grande distanza, un lungo percorso da fare.

I partiti politici che si richiamano al centrodestra non sono portatori di una visione unitaria. C’è quindi un problema di progetto e di alleanza, non solo di leadership. E’ una situazione molto delicata e in questo momento in assenza di un progetto condiviso, il centrodestra corre un duplice rischio: da un lato l’aumento della disaffezione e di conseguenza, del tasso di astensione;  dall’altro la tentazione di molti elettori di votare per il PD di Renzi, non certo per l’attrattività del PD presso questo elettorato, quanto quella personale di Renzi. D’altra parte il Partito democratico recentemente  ha visto un ricambio profondo del proprio elettorato: alle europee del 2014 una parte importante di elettori (quasi 40% di coloro che l’hanno votato alle elezioni europee) non proveniva dal centrosinistra, ma da Scelta Civica, dal Pdl, Lega oltre a una parte di grillini. Ciò succedeva, e continua a succedere,  perché le politiche adottate su diversi temi dal governo Renzi sono spesso molto più vicine di quanto non si pensi alla sensibilità dell’elettorato moderato di centrodestra. Qualcuno polemizza con Renzi sostenendo che propone misure simili a quelle proposte da Berlusconi a suo tempo, dall’eliminazione dell’Imu al recente accenno al ponte sullo stretto di Messina. Per questo il rischio è che i partiti di centrodestra si vedano sottrarre una parte di elettorato a favore del PD di Renzi. Non a caso si parla di evoluzione del PD in Partito della nazione, una sorta di un partito interclassista, “pigliatutti” (secondo la definizione del politologo  Otto Kirchheimer) in grado di intercettare elettorati di provenienze diverse.

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