Il gesto profetico di un bambino verso i suoi genitori separati

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Al sinodo un vescovo proveniente dall’America latina ha raccontato di un bambino che, presentato alla prima comunione dai genitori separati, ha spezzato l’ostia consacrata in tre parti, dandone una parte ciascuna ai due genitori separati. A parte il rischio di un certo patetismo, mi sembra che il fatto suggerisca diverse considerazioni. In primo luogo, il desiderio dei bambini di avere comunque una famiglia che li accoglie. In secondo luogo il suggerimento “misericordioso” che viene da questo bambino per il Sinodo che deve decidere. Dunque, si potrebbe dire che i bambini, anche questa volta, ci sono maestri e catechisti. Vorrei conoscere il tuo parere. Lucia

La sua considerazione, cara Lucia, tocca una delle problematiche più scottanti dei nostri giorni, di fronte alla quale ci si sente un poco smarriti. Lo sguardo e il cuore dei bimbi, per fortuna, supera tutti i canoni ecclesiastici e può offrire piste di lettura e di valutazione importanti; sono i bambini, infatti, a farci da maestri e da catechisti. Chi più di un fanciullo sperimenta sulla sua pelle e nella sua carne il dramma di una separazione, subendo, impotente, scelte che non comprende e che non giustifica razionalmente, le cui conseguenze sono veramente pesanti? Il dolore è tanto più grande quanto più inspiegabile è ai suoi occhi la scelta della separazione.

L’OSTINATO DESIDERIO DI UNITÀ DI UN BAMBINO

A mio parere, l’episodio in questione, che ha commosso tutta l’assise sinodale, rivela in modo nitido la profondità e la chiarezza di un piccolo, desideroso sopra ogni cosa di vedere riuniti nel Signore i suoi genitori, che dalla cronaca sappiamo essere risposati. Il gesto compiuto nel giorno della sua prima comunione è profetico, oltre che pastorale: l’Eucarestia, infatti, è sorgente di unità, fondamento e compimento della comunione tra la propria famiglia, la comunità e la Chiesa; spezzare quello stesso Pane e cibarsene è dire espressamente che, in Cristo, siamo una cosa sola e che desideriamo camminare protesi verso questa realtà grandissima, cercando di divenire, nelle nostre relazioni, strumenti di unità e di pace. Come il pane sulla mensa è fatto di tanti chicchi, così anche noi, riuniti attorno all’altare formiamo un corpo solo. Così recitano alcune preghiere eucaristiche: “Per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”; e ancora: “A tutti coloro che mangeranno di quest’unico pane e berranno di quest’unico calice, concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria”. Nessuno è escluso da questo banchetto, o meglio, tutti sono chiamati a parteciparvi e a trarvi il nutrimento.
Per un ragazzo, giunto al suo primo incontro sacramentale con il Signore Gesù, è inconcepibile che anche i suoi genitori separati e risposati non ritrovino, proprio attingendo al Corpo di Cristo, l’unità e la comunione vicendevole degli affetti, unico desiderio in una tappa così importante per la sua vita.

IL SENSO ALTO DI UN PICCOLO GESTO

Agli occhi di questo fanciullo, le seconde nozze dei suoi cari non appaiono così determinanti da escluderli dalla pienezza della sua gioia. Egli ignora quanto la situazione sia complessa, tuttavia, il suo gesto immediato e spontaneo, invita tutti ad una riflessione.
Possiamo dire molto in proposito: vescovi, teologi, moralisti e canonisti non hanno tardato a dare i loro pareri spesso contrastanti. Al di là di ogni presa di posizione, a favore o a torto, condivisibile o meno, il gesto splendido di un bambino che, avendo scoperto la grandezza dell’Amore di Dio che Gesù ci ha rivelato, osa ciò che nessuno oserebbe, affinché anche le persone più care della sua vita come il papà e la mamma, ne siano partecipi, brilla nelle tenebre di questa nostra storia. Come il gesto dell’emorroissa (Mc 5, 25-34) e quello della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30) che, mosse da una grande fede e confidenza in Gesù, hanno osato ciò che non era loro lecito, ricevendo in cambio, oltre alla salute fisica, anche la salvezza e la lode, l’atto spontaneo di questo fanciullo ci fa comprendere a che cosa si può giungere pur di dare ai propri cari quel tesoro che ha riempito la vita.
Ammaestrati anche da questi esempi teniamo tutti l’orecchio del cuore ben inclinato, pronto ad ascoltare i gemiti di tanti fratelli che invocano ascolto; non lasciamo che i loro gridi si spengano sopra le nostre teste e preghiamo affinché i nostri pastori possano discernere con sapienza i nuovi cammini da percorrere, cercando, con audacia e con la creatività dello Spirito, norme disciplinari che integrino la fedeltà dottrinale al vangelo, all’amore per ogni uomo e ogni donna del nostro tempo.

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1 commento

  1. roberto vitali on

    Scusa suor Chiara, ma non mancavano bambini buoni anche al tempo di Gesù e – fosse bastata la loro presenza – “mestier non era partorir Maria”…
    La Sua presenza non per forza deve garantire un quadretto familiare da “mulino bianco”: spesso divide moglie e marito, suocera e nuora, madre e figlio… perché Gesù sta prima ed è senso di ogni rapporto.
    E poi proviamo a pensare agli altri fanciulli di cui qui non si parla, e cioè i figli che quella mamma e quel papà – comunicati benché divorziati e risposati – hanno messo al mondo con altro papà e con altra mamma e che non hanno avuto “l’onore” di essere citati in così autorevole e attento consesso…
    o sbaglio?

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