Il vero dialogo tra cristiani e musulmani? Passa dalla vita quotidiana. Claude Rault, vescovo in Algeria: «La carità va oltre le differenti formule di fede»

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Secondo l’Annuario Pontificio, nella diocesi di Laghouat – una delle più estese del mondo  – vi sono all’incirca 1200 battezzati su quasi 4 milioni e mezzo di abitanti. Monsignor Claude Rault, che ne è vescovo dal 2004, ricorre a un aneddoto per spiegare che cosa significhi essere cristiani in Algeria, un Paese a grandissima maggioranza musulmano: «Il dialogo interreligioso – dice – non avviene a livello teologico o intellettuale, ma in concrete situazioni di vita. Ricordo che quando ero professore in un collegio femminile nel Sud dell’Algeria un giorno, dopo la lezione, un gruppo di ragazze si avvicinò alla mia cattedra. Una di loro mi chiese, quasi supplicandomi: “Signore, pronunci la Shahada” (la professione di fede musulmana). “Non posso – le risposi –: io sono cristiano e mi sono incamminato sulla via indicata da Gesù”. Lei ribatté, delusa e anche un po’ in collera: “Allora è destinato a bruciare nel fuoco dell’inferno!”. Una delle sue compagne, però, si staccò dal gruppo ed esclamò di fronte alle altre: “Ebbene, professore, se lei sarà all’inferno e io in cielo, giuro per Allah che scenderò all’inferno per cercarla!”. Anche un episodio come questo conferma che la carità va oltre le differenti formule di fede…»

Nato in Francia nel 1940, monsignor Rault è membro della congregazione dei Missionari d’Africa (i «Padri Bianchi»); nei giorni scorsi è stato a Treviglio e poi a Canonica d’Adda, dove ha presentato il suo volume Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta (pp. 192, 13 euro). Prendendo spunto da questo libro, gli abbiamo posto alcune domande sul fenomeno del fondamentalismo islamico, un tema che in Occidente suscita un senso di sgomento e, insieme, pare andare a rinforzare una lunga serie di luoghi comuni.

Monsignor Rault, molto in anticipo su movimenti come Boko Haram e l’Isis, l’Algeria ha conosciuto negli anni Novanta del secolo scorso una sanguinosissima guerra civile tra il governo e i fondamentalisti del GIA, il Gruppo Islamico Armato; eppure, questo Paese aveva alle spalle una lunga tradizione di tolleranza religiosa.
«Sì, in Algeria prevale l’islam sunnita nella versione “malikita”, la stessa che si ritrova in altre parti del Maghreb. Si tratta di un islam moderato, lontano dai toni aspri del “wahabismo”, la tendenza giuridica diffusa nel Qatar e nell’Arabia Saudita. Oggi i rapporti di noi cattolici con i musulmani algerini sono, in linea generale, molto amichevoli. Anche nel periodo della guerra civile, tuttavia, dopo che nel 1993 il GIA aveva intimato a tutti gli Occidentali e ai cristiani di andarsene pena la morte, succedeva che famiglie musulmane mettessero al sicuro delle suore ospitandole in casa, o che preti e vescovi venissero informati anzitempo del pericolo di attentati da tante persone di buona volontà. La popolazione civile ha apprezzato la nostra decisione di restare, accettando i rischi che ciò comportava. Poco prima che sette trappisti del monastero di Tibhirine venissero rapiti e uccisi, nella primavera del 1996, un loro vicino era venuto a trovare dom Christian de Chergé, il priore. Nell’incertezza di quei momenti, Christian gli confidò: “Sai, noi siamo un po’ come uccelli su un ramo…” E il vicino gli rispose: “Ma, fratello, il ramo siete voi! Se cade, dove potremo posarci?”».

Com’è nato, in Algeria, il fondamentalismo religioso?
«Nel 1988 vi era stata un’insurrezione popolare. Come conseguenza immediata, il Paese godette per un breve periodo di una libertà mai vista in precedenza: tra l’altro, una nuova costituzione permise la nascita di nuovi partiti oltre al Fronte di Liberazione Nazionale, che era stato al potere ininterrottamente da quando l’Algeria era divenuta indipendente dalla Francia. Alla fine degli anni Ottanta, però, alla difficile situazione economica si aggiunse un elemento di ordine ideologico: in precedenza, per sostenere una campagna scolastica di “arabizzazione”, il governo aveva assunto dei docenti provenienti dall’Egitto. Molti di costoro erano legati al movimento dei “Fratelli musulmani” e avevano diffuso non solo la conoscenza della lingua araba, ma anche una versione bellicosa dell’islam, con il progetto di sostituire allo Stato laico uno basato sulla sharia, la “legge sacra”. Così, è apparsa una nuova forza politica che perseguiva questo obiettivo: il FIS, il Fronte Islamico di Salvezza».

Con grande sorpresa degli osservatori internazionali, il FIS ottenne la maggioranza assoluta alle elezioni amministrative del 1990.
«E nel dicembre del 1991 vinse anche il primo turno delle politiche. A questo punto, i militari presero il potere e interruppero il processo elettorale; messo fuori legge il FIS, nacque il Gruppo Islamico Armato, che iniziò una lotta cruenta contro il governo di Algeri e anche contro i musulmani più moderati, considerati alla stregua di traditori dell’islam. Certamente, eccessi e violenze furono compiute anche dalle forze armate; succedeva pure che nella stessa famiglia alcuni membri fossero nell’esercito o nelle forze di polizia, mentre altri militavano nelle file dell’islamismo radicale. Si comprende, credo, la profondità delle ferite che questa guerra civile ha lasciato nel Paese. Da diversi anni, tuttavia, si è avviato un percorso di riconciliazione nazionale; il clima generale è decisamente mutato, rispetto agli orrori di un recente passato».

Il caso algerino porta a pensare che lo scontro mondiale «di civiltà» di cui parlava Samuel Huntington sia invece «interno» alle culture e alle religioni: la linea del fronte passa tra modi diversi di leggere gli stessi testi sacri?
«Per molti aspetti, è così. La guerra civile in Algeria ha provocato almeno 150mila morti, se non di più. Tra le vittime, 19 erano religiosi cattolici, ma sono stati anche assassinati 93 imam che nelle loro moschee avevano predicato contro il terrorismo e una settantina di giornalisti algerini».

In Occidente, oggi, si lamenta una scarsa chiarezza dei leader musulmani nel prendere le distanze dai fondamentalisti islamici.
«Io, invece, ribalterei questa critica: nel senso che vi sono imam e altre voci autorevoli del mondo islamico esplicitamente contrarie al fanatismo e al terrorismo, ma i media occidentali sembrano ignorarne l’esistenza. Occorrerebbe che la stampa e le televisioni andassero di là dei luoghi comuni, che si sforzassero di rappresentare situazioni e problemi nella loro interezza».

In Italia – e non solo – si polemizza sull’opportunità di autorizzare la costruzione di moschee e centri islamici. Chi è contrario, fa spesso appello al principio di «reciprocità»: i musulmani saranno autorizzati a costruire da noi i loro edifici di culto – si dice – quando in Arabia Saudita o in altri Stati islamici si potranno liberamente costruire delle chiese. Qual è la sua opinione al riguardo?
«La mia convinzione, in linea generale, è che sarebbe giusto e saggio consentire ai  musulmani che vivono in Europa di praticare la loro religione apertamente, in luoghi di culto dignitosi. Riconosco che la questione della “reciprocità” è pure importante, a livello dei rapporti diplomatici tra gli Stati; come cristiano, però, mi sento chiamato a seguire l’esempio di Gesù,  che nel corso della sua predicazione si è rivolto a tutti, senza chiedere preliminarmente alcuna garanzia di “reciprocità”. Negare a qualcuno l’esercizio di un diritto perché la libertà dei cristiani è conculcata in altre parti del mondo non mi pare conforme allo spirito evangelico. A questo si potrebbe aggiungere un’ulteriore considerazione, più “pragmatica”, ancora legata alla necessità di contrastare il fondamentalismo: è noto come i predicatori islamici più estremisti frequentino delle comunità “sommerse”, che si riuniscono in garage o in fabbriche dismesse. In moschee “ufficiali”, in riunioni di culto che si svolgessero “alla luce del sole”, le idee dei fondamentalisti troverebbero molto più difficilmente un terreno in cui attecchire».

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