Le storie e i volti degli immigrati di fronte alla crisi: la forza delle persone per andare oltre

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Cristina, Ya, Maria, Nosheen, Rachid, Dorie, Galia, Yacine, Kevin: volti, persone, non numeri. Di questi tempi, non è così scontato: è una scelta di campo precisa quella del progetto «La forza delle persone per andare oltre la crisi» condotto dall’Agenzia per l’integrazione di Bergamo con il sostegno della Fondazione Comunità Bergamasca.
Sono arrivati i rifugiati: moltissimi. Alla tv i barconi, i naufragi, i morti. Gli uomini scalzi in cammino attraverso l’Europa, sorretti soltanto dalla speranza. Si sono alzati i toni del dibattito, si sono scatenate la paura e la confusione, spesso a danno di processi delicati già in atto: c’è chi da anni lavora per far crescere la cultura dell’accoglienza e dell’incontro tra culture diverse, e si ritrova ora, per molti versi, a ricominciare da capo.
Chiarisce Eugenio Torrese, direttore dell’Agenzia: «Già con il Barometro del 2013 (uno strumento che rileva la percezione e la comunicazione dei temi legati all’immigrazione e all’integrazione, ndr)  abbiamo iniziato a vedere che c’era in atto un calo significativo di iniziative pubbliche sulle politiche migratorie a fronte di una crisi permanente. Molti hanno dimostrato però di avere la capacità di cambiare il proprio progetto di vita, di provare un’altra strada usando al massimo le proprie conoscenze e competenze».

Tra le persone che hanno dovuto affrontare la crisi, che si sono messe in discussione e in qualche modo hanno cercato di passare oltre l’Agenzia per l’integrazione ha scelto alcuni volti, ha girato dei video con la collaborazione del giornalista freelance Raffaele Avagliano: «Le persone raccontano quali percorsi hanno intrapreso per affrontare la crisi. Dimostrano di avere resilienza, la capacità di resistere senza perdere troppi colpi». Mostrano che la prima risorsa da mettere in campo è la propria umanità, la persona, il coraggio. Una scommessa per inventarsi il futuro da capo dopo averlo già fatto una volta, mettendosi in viaggio verso un altro Paese. I video danno conto di questo in modo forte e diretto, in pochi minuti, concentrandosi sulle storie personali. Sono state coinvolte persone di età, provenienza, esperienze diverse, seguendo il filo rosso della tenacia e della volontà di assumersi dei rischi, di tentare strade nuove.

«È in atto – afferma Torrese – un’eclissi quasi totale sui temi dell’integrazione e dell’immigrazione ordinaria, perché l’attenzione di tutti calamitata da ciò che sappiamo. A questo si aggiunge una reazione negativa che nasce dalla situazione attuale: molti italiani si sentono spinti a difendersi, a respingere la questione (“ce ne sono troppi”, “non li vogliamo”). Questo inciderà anche in futuro su ciò che accade quotidianamente sul territorio. Se si radica questa opinione tra la popolazione il processo di integrazione ricomincia in salita sia dal punto di vista culturale sia sociale».

Spesso anche negli affollatissimi talk show serali si parla di immigrazione in modo generico e astratto: «È facile dimenticarsi che si sta parlando di persone in carne e ossa, con tutti i limiti e le risorse che sono in grado di mettere in campo. Secondo lo studio della Fondazione Moressa al quale abbiamo attinto sono in crescita le piccole imprese degli immigrati. Non ci pensiamo ma questo significa spesso un aumento di occupazione anche per gli italiani. È vero che gli immigrati rischiano di più e ci sono più fallimenti, però ci sono anche ottimi risultati. Il loro lavoro, insomma, ha ricadute positive sul Paese che li ospita».

I filmati diventano testimonianze preziose e strumenti di lavoro: «Sono a disposizione di tutti su Youtube – sottolinea Torrese – e ci sembrava che questo linguaggio fosse il più adatto ad arrivare alle persone».

La situazione dei profughi è del tutto diversa da quella degli immigrati che sono qui alla ricerca di un lavoro e del miglioramento delle condizioni personali: «Fra l’altro – aggiunge Torrese – non è detto che restino. Per gli altri che sono arrivati con questa ultima ondata, se non hanno i requisiti è quasi scontato che andranno incontro a un rimpatrio. Le condizioni giuridiche che si creeranno comunque faranno la differenza, così come l’evoluzione del conflitto siriano. I Paesi occidentali stanno valutando la possibilità di aiutare la Siria, la Giordania e il Libano in modo da creare le condizioni per il rientro dei profughi. Molto dipende però dai tempi della soluzione della crisi».

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