«Io ci metto la faccia »: giovani in prima linea nel vicariato di Spirano-Verdello

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“Mettici la faccia!”. Questo il titolo, nonché l’invito, che la Commissione Vicariale Giovanile, del vicariato numero 26, Spirano – Verdello, rivolge agli adolescenti e ai giovani per festeggiare l’inizio dell’anno vicariale, corrispettivo dell’anno catechistico, rivolto, però, ai ragazzi dai 14 ai 30 anni. Come ogni anno una sera di festa, momento per ritrovarsi dopo l’estate e divertirsi insieme, e ringraziare il Signore per l’anno che verrà. La festa di inizio anno è ormai una tradizione, ma porta sempre con sé qualche novità. Infatti, l’evento di sabato 10 ottobre, tenutosi all’oratorio di Verdellino, ha voluto segnare l’inizio del cammino che questo gruppo percorrerà insieme nell’anno giubilare e della misericordia e che, tappa dopo tappa, culminerà nella GMG di Cracovia. La scelta del titolo è un invito appunto, un’esortazione e nasce dall’idea secondo cui, nell’era della tecnologia a portata di mano, anzi della tecnologia in mano, in cui disponiamo di mezzi con cui comunicare al mondo intero, attraverso un clic, chi siamo, dove e quando, cosa stiamo facendo, con chi e perché, questa si faccia portatrice di un messaggio buono, un nuovo Vangelo del terzo millennio, che sia il volto di ognuno, ciò che più rende ogni individuo diverso dagli altri e unico. L’organizzazione della festa è stata affidata ad una sottocommissione, che si è occupata di gestire l’accoglienza dei ragazzi, un centinaio, condurre l’animazione, allestire il buffet e guidare nel momento di preghiera finale. Ecco le risposte di alcuni degli organizzatori alla domanda: che cosa significa per te metterci la faccia?. Giada, 23 anni, oratorio di Boltiere, la più grande della Commissione e della sottocommissione: «Dopo quattro anni all’interno della CVG posso dire che metterci la faccia per me significa aver investito, e continuare a farlo, il proprio tempo per un progetto in cui credo. In una parola è stata ed è ancora una palestra in cui imparare cosa significa crescere: provare, rischiando di sbagliare, senza il rimpianto di non aver nemmeno tentato, scoprendo il coraggio di ridere di sé quando qualcosa non va come vorremmo. Metterci la faccia non significa, però, essere al centro dell’attenzione per ricevere applausi, quanto, piuttosto, rimanere dietro le quinte, felici di sorridere per un lavoro ben riuscito e, allo stesso tempo, pronti a ricevere critiche».
Andrea, 18 anni, anche lui di Boltiere, sottolinea, invece, la ricchezza del gruppo vicariale dicendo: «La realtà vicariale, purtroppo non molto conosciuta, è un’opportunità di socializzazione e crescita spirituale» e aggiunge: «Ci metto la faccia perché voglio che anche altri possano inserirsi e ricevere tanto quanto ho ricevuto io; l’entusiasmo di decine di ragazzi ripaga ogni sforzo, i sacrifici e le critiche e mi incoraggia a dire io mi impegno». Infine, Chiara, 19 anni, oratorio di Verdello, e Ilaria, 19 anni, oratorio di Lurano, amiche nella vita e compagne di classe al liceo, che, insieme, ci mettono la faccia: «Nei nostri oratori ci impegniamo come catechiste e come animatrici del Cre e da un anno abbiamo scelto di entrare a far parte della CVG, per ampliare i nostri orizzonti. Metterci la faccia, per noi, significa ridare valore ad una realtà che è sempre meno vissuta e frequentata, ma nella quale crediamo e dalla quale riceviamo grandi soddisfazioni: i sorrisi dei ragazzi. E siccome lo stile dell’oratorio, quello di spendersi per gli altri, pronte a ricevere in cambio soltanto – dice ridendo – un grazie e un sorriso, ci si addice, abbiamo voluto allargare ancora di più le nostre prospettive e, lo scorso 4 agosto, siamo partite per un viaggio che è sempre stato il nostro sogno: tre settimane in Tanzania, ospiti del “Villaggio della Gioia”. Siamo partite piene di aspettative e di altrettante paure per il Continente misterioso, pronte a fare qualcosa per gli altri. Quando siamo tornate con ancora tante domande, avendo ricevuto molto più di quello che siamo state capaci di lasciare, un po’ di tempera sul muro e una zanzariera – specifica con un po’ di rammarico – abbiamo capito che metterci la faccia significa lasciare – ogni volta, mi permetto di aggiungere io – un pezzo di cuore».

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