Expo: il tempo stringe, lo spazio stringe. E dopo cosa resterà?

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Stringe il tempo per chi ancora non ha visitato Expo Milano 2015. E ancor più del tempo stringe lo spazio, in continua riduzione sul cardo e il decumano presi d’assalto da un fiume di ritardatari.

L’esposizione universale ha tagliato il traguardo dei venti milioni di visitatori e si appresta a chiudere le porte con un bilancio mediatico più che positivo. Resta tuttavia una domanda, cui prima o poi dovremo trovare una risposta: cosa resterà dell’Expo 2015? E mi riferisco non alle strutture dei padiglioni, ai cluster tematici, a un documento di promesse scritte al vento. Ma piuttosto all’impegno che l’esposizione universale ha assunto fin dal principio: occuparsi del cibo nel mondo. Perché, mentre fuori da alcuni stand si sviluppano ore di attesa alimentati da un fenomeno d’isteria collettiva, in altri si entra comodamente, senza nemmeno fermarsi alla porta. Zambia, Gambia, Tanzania, Benin, Guinea, Burundi, Gibuti, Mali e molti altri, messi qua e là nei cluster Caffè, Spezie, Frutta e Legumi, Zone aride, Cereali e Tuberi, mostrano nei loro centoventi metri quadri standard di esposizione l’enorme distanza che li divide dal resto del mondo.

Da un lato il cibo, dall’altro la fame. Da un lato il sovraffollamento, dall’altro l’indifferenza.

Così mentre osservo il magnifico spettacolo serale dell’albero della vita, letteralmente schiacciato dalla folla che per quindici minuti non saprà defluire se non aggrovigliandosi su sé stessa, sento una nota stonata che mi pone l’eterno quesito del perché. Perché spendere milioni di euro in un evento a tema food quando in alcune parti del mondo questo food ancora manca? Perché vale tanto nutrire il pianeta, se non sappiamo nutrire i popoli? Perché perdere ore in coda a uno stand di gastronomia orientale nell’intento di soddisfare il desiderio di ramen innescato nell’immaginario personale dai libri di Murakami, se in alcune nazioni muore un bambino ogni venti secondi per mancanza d’acqua?

Forse a questo, più di tutto, serve Expo. A mettere in evidenza le diseguaglianze e i controsensi dell’umanità. A mostrare che l’albero della vita potrebbe essere di tutti, ma è di pochi. A pensare che fintanto non ci mancherà il pane sulla tavola, sarà lecito considerare il Rwanda un ottimo produttore di caffè anziché un paese in emergenza alimentare.

Questa non vuole essere una critica a un evento cui posso solo consigliare di prender parte nel poco tempo che resta, ma un sincero messaggio di speranza.

Expo occupa una superficie di circa un milione di metri quadri, e non basterebbero un milione di parole a descriverne la bellezza e il fascino. Il design architettonico, i giochi di luce e colori, il clima ridente e affollato, la musica e gli spettacoli danzanti nazionali, i profumi e gli odori, le declinazioni del tema verso centinaia di interpretazioni distinte. Spero tuttavia che tra tutte le immagini che resteranno nella memoria di ciascuno, accanto al cluster del Cacao e Cioccolato, ci sia spazio anche per il ricordo del silenzio che alcuni popoli, con encomiabile dignità, stanno esprimendo.

Alla fiera dell’Expo, quanti soldi il cittadino italiano buttò, cantò Crozza in branduardiane vesti. Lasciandomi alle spalle i tornelli dell’ingresso, come le colonne d’Ercole alle spalle di un Ulisse dantesco, posso solo augurarmi siano soldi buttati nel punto giusto e il lascito di un evento tanto bello e costoso, come una pianta di cui si concimano le radici con impegno, porti abbondanti frutti per tutti e per ciascuno.

 

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