Giovanni Ladiana, prete anti-‘ndrangheta: «Per essere cristiani bisogna essere autenticamente uomini»

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Non sappiamo se al gesuita Giovanni Ladiana piaccia la definizione giornalistica di «prete anti-‘ndrangheta»; con ogni probabilità, però, egli condivide l’idea espressa più volte da un illustre suo confratello, Jorge Mario Bergoglio, per cui sarebbe preferibile «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Superiore dei gesuiti di Reggio Calabria e animatore del movimento di cittadini ReggioNonTace, padre Ladiana parlerà a Bergamo martedì 17 novembre alle 20 e 45, nella chiesa del Patronato San Vincenzo (in via Gavazzeni, 3); l’incontro, che avrà per titolo «Anche se tutti, io no. Da uomini liberi in terra di mafia», rientra nell’edizione 2015 dell’iniziativa delle Acli «Molte fedi sotto lo stesso cielo» (ingresso gratuito mediante prenotazione nel sito www.moltefedi.it). Ladiana, che nemmeno tiene molto all’appellativo «padre» (al riguardo cita Matteo 23,9: «Non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo»), ha scritto recentemente in collaborazione con Vittoria Prisciandaro un volume edito da Laterza, Anche se tutti, io no. La Chiesa e l’impegno per la giustizia (pp. 160, 15 euro, disponibile anche in ebook a 9,49 euro).
«Al termine dell’ultima cena – egli ricorda – l’apostolo Pietro dice a Gesù: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai”. L’espressione “Anche se tutti, io no” era divenuta un motto per il gesuita tedesco Alfred Delp, una figura molto importante per me: nel 1945 fu messo a morte, all’età di 38 anni, per la sua scelta di resistenza non violenta al nazismo. Con la sua condotta e i suoi scritti, Delp dimostrò che si può vivere da agnelli anche di fronte ai lupi, e che è meglio vivere così, piuttosto che diventare lupi o (ancor peggio) lupi mascherati da agnelli».

Ci può raccontare come lei è entrato nella Compagnia di Gesù? Ci pare di aver capito che non si sia trattato propriamente di una vocazione precoce.
«Io sono nato a Bitonto, ma ha trascorso la mia infanzia e adolescenza a Grottaglie, in provincia di Taranto. Dalla prima adolescenza fino ai vent’anni, non avevo pressoché mai messo piede in chiesa. Poi tramite dei gesuiti, appunto, ripresi contatto con il Vangelo: insieme a loro, svolgevo delle attività di volontariato nel mio tempo libero. Infine, sono entrato nella Compagnia di Gesù: ho studiato Teologia a Napoli e a Roma».

Che lavori aveva svolto, in precedenza?
«Diversi: sono stato per un po’ muratore, poi bracciante. Il mestiere più “nobile”, tra quelli che ho esercitato, è stato come agente librario dell’Einaudi. Ciò che ho imparato sul lavoro, da un punto di vista umano ma anche puramente pratico, mi è stato molto utile in seguito: vedendo che sapevo arrangiarmi, i miei superiori mi hanno inviato in luoghi “di frontiera”, o hanno acconsentito alla mia richiesta di potermi recare laggiù. Dormendo in roulotte, sono stato tra i terremotati di Sant’Angelo dei Lombardi, dopo il sisma che nel 1980 aveva colpito l’Irpinia; sono stato alla periferia di Napoli, tra la gente del “Rione Esperanza” – come lo chiamavo al tempo -, che qualche anno dopo prese il nome di Scampia; sono stato al quartiere Librino di Catania, un covo storico della criminalità organizzata, e ancora in altri luoghi, fino a quando – nel 2003 – sono giunto a Reggio Calabria. A mio modo, ha cercato di essere fedele all’insegnamento di padre Arrupe, generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983: egli insisteva sulla necessità per noi gesuiti di riscoprire la vocazione profetica dello “stare ai confini”, agli incroci tra la grande storia e le storie individuali delle persone».

Riguardo al suo ministero nel Reggino: come si spiega la situazione di degrado istituzionale di questa parte d’Italia? Tra l’altro, in Calabria è stridente il contrasto tra il patrimonio di risorse umane, paesaggistiche e monumentali e la tendenza allo spopolamento; fatto ancor più grave, sono soprattutto i giovani diplomati e laureati ad andarsene.
«Quando affermo che gli affiliati alla ‘ndrangheta sono degli assassini intendo dire, per prima cosa, che stanno uccidendo il futuro delle giovani generazioni. Purtroppo, occorrerà un tempo lunghissimo perché si riesca a scardinare un sistema chiuso, basato sulle attività criminali, sull’omertà, sulle connivenza tra i gruppi malavitosi e i vari centri di potere. Non si ha il coraggio di ammettere un fatto paradossale: se l’Italia nel corso degli ultimi anni non si è trovata nella stessa situazione della Grecia, è anche perché la ‘ndrangheta ricicla circa 44 miliardi di euro all’anno, investendoli nell’economia legale. Capiamo bene che un fenomeno di queste proporzioni non riguarda solo la provincia di Reggio, la Calabria e il Sud, ma l’intero Paese e, anzi, ha ormai da tempo diramazioni anche in altri Stati europei. Credo però che da voi, al Nord, ancora sia più facile individuare e denunciare queste attività e intrecci malavitosi. Ricordo che non molto tempo fa, a Prato, avevo parlato a un pubblico di ragazzi: un gruppo di loro, dopo questo incontro, ha segnalato ai Carabinieri una situazione sospetta, di modo che è stato possibile sgominare una banda di camorristi».

Che cos’è, esattamente, ReggioNonTace? Come è nato questo movimento?
«Il tentativo è quello di diffondere segni concreti di giustizia, integrità e trasparenza, senza però legarci ad alcuna formazione politica. Vogliamo rimanere “inattaccabili” nell’ambito del dibattito pubblico, anche se per un altro verso inattaccabili non siamo: io, per esempio, so con certezza di correre da tempo dei rischi per ciò vado facendo (lo provano anche il contenuto di un’intercettazione telefonica e alcuni tentativi falliti di irruzione nell’appartamento in cui abito). ReggioNonTace  è nata ufficialmente il 3 febbraio del 2010. Un mese prima (il 3 gennaio, nelle prime ore del mattino) qualcuno aveva fatto esplodere un ordigno davanti all’ingresso della Procura generale di Reggio, a pochissimi metri da casa mia. Durante la Messa – era domenica -, proposi ai fedeli che ci riunissimo alla sera nel luogo dell’esplosione. Ci trovammo in duecento; portavamo un cartello con la scritta: “Basta silenzio! Solidarietà alla magistratura reggina!”. L’indomani ci riunimmo di nuovo, e decidemmo di dar vita a un movimento di opinione. Oggi a ReggioNonTace aderiscono persone di diversa estrazione, credenti e non credenti, che convergono su un terreno comune: da un lato, perché è semplicemente umano lottare contro la ‘ndrangheta; dall’altro, perché per essere cristiani occorre essere autenticamente uomini».

 

 

 

 

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