Paolo Mieli: «Con Francesco siamo in un clima di rivoluzione culturale»

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L’invito al dialogo e all’accoglienza che viene da Papa Francesco è in sintonia con il magistero dei suoi predecessori e trova consenso presso una base che era “già pronta” per questo messaggio. È l’analisi di Paolo Mieli, giornalista e saggista, presidente di Rcs libri, che da “non cattolico” – così si dichiara – guarda con entusiasmo alle parole pronunciate dal Papa a Firenze.

Il Papa si è rivolto alla Chiesa, ma anche alla società italiana, che “si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo”. Quale impressione ricava da questo discorso?
«Mi pare sia un messaggio di grandissima importanza e di straordinaria apertura; ed è sorprendente la capacità del Papa di dialogare con persone che guardano con interesse alla Chiesa ma non sono cattoliche. Distinguerei due punti. Il primo è connesso alle tre parole d’ordine – umiltà, disinteresse, beatitudine – che fanno da contrappeso alla durissima parte contro il ‘corrompimento’ presente fuori e dentro la Chiesa. È evidente che il Pontefice, dicendo che la Chiesa è ‘semper reformanda’, sempre da riformare, pone le basi per una durissima presa di posizione contro le parole cui non corrispondono gli atti, dentro e fuori la Chiesa. ‘Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro’: non c’è solo la ricchezza come forma di ‘corrompimento’, ma un culto del potere in quanto tale, dell’immagine, dell’apparire».

A questi “surrogati” contrappone la “povertà evangelica”, che “è creativa”…
«Qui si richiama a san Francesco e alla ‘stella polare’ del suo pontificato. Una povertà che è ‘ricca di speranza’ ed è l’unica strada grazie alla quale la Chiesa può parlare, al suo interno e al suo esterno».

All’esterno la Chiesa è riconosciuta quale “fermento di dialogo, d’incontro, di unità”?
«Questo è il secondo punto: come il Papa non si ferma a una generica invocazione verso la lotta alla corruzione, così pure non si limita a una generica esortazione al dialogo. Questo discorso spiega come nella radice della cristianità ci sia la necessità della povertà, ma soprattutto la necessità dell’incontro e del dialogo come momenti di arricchimento: l’altro da noi rende più ricchi i credenti. Bergoglio parla di ‘ricchezze culturali’ che ‘possono dialogare in modo costruttivo’.Vedo una straordinaria continuità con alcuni discorsi di papa Wojtyla e papa Ratzinger: Bergoglio si propone di portare a compimento ciò che loro avevano intravisto.A Firenze il Papa ha dato l’annuncio del compimento di una missione: la Chiesa negli ultimi trent’anni ha individuato una missione nuova – sempre nel segno della continuità – che ora si vuol portare a compimento».

Guardando dal di fuori del mondo cattolico, quando il Papa afferma che “i credenti sono cittadini”, quali conseguenze hanno queste parole? Quale può essere l’apporto dei cattolici per la costruzione della società?«
«Il Papa ha parlato di una Chiesa italiana ‘inqueta’, ma non per deprecarla, anzi. Il compimento di quella missione di cui parlavo poc’anzi è annunciare la stagione, appunto, di una Chiesa inquieta, che si muove e sta vicino ‘agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti’: non solo ai cattolici ma pure a quanti a Cristo non si sono ancora avvicinati e, forse, non si avvicineranno mai. A tutti costoro propone una Chiesa lieta, con il volto di madre, che ‘comprende, accompagna, accarezza’. E poi: ‘Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà’. È un messaggio rivoluzionario».

Per costruire la nazione Bergoglio chiede di “mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”. In questo compito, a suo avviso, i cattolici sono affidabili compagni di viaggio? Sono percepiti come cittadini capaci di costruire insieme la nazione o vi è, invece, una ritrosia?
«Non credo sia possibile alcuna ritrosia, proprio perché la forza di questo Pontefice è mettere in gioco la Chiesa».

Concretamente, come pensa si possa sviluppare un dialogo nella nostra società tra laici e cattolici?
«In questo campo già i due papi che lo hanno preceduto avevano ben seminato, aprendo la via di un dialogo con i non cristiani: Wojtyla e Ratzinger sono stati grandiosi nel rapportarsi al mondo ebraico, a quello laico, protestante, ortodosso, alle altre religioni. Sono perciò convinto che questo sia il terreno in cui papa Francesco incontrerà minore difficoltà. A questa grande apertura dei suoi predecessori Bergoglio ha unito il dialogo con Eugenio Scalfari, grande giornalista laico italiano».

E la Chiesa italiana pensa che sia sulla via del dialogo o, invece, percepisce una qualche resistenza?
«La Chiesa è in pressoché totale sintonia, in parte perché ci crede veramente, in parte per conformismo. Piuttosto, nell’alto clero è possibile trovare comportamenti che contraddicono le parole di sostegno all’opera del Papa. Siamo in un clima da rivoluzione culturale, dove le strutture intermedie tra il capo e la base sono quelle che si muovono con maggiore lentezza. Ma la base era già pronta da tempo ad accogliere il messaggio di Francesco e risponde con entusiasmo».

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