Parfaite e il suo viaggio al Lubaga Hospital di Kampala, nel cuore dell’Uganda

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Un’aula bianca, sedie rosse disposte attorno ad un tavolo, gli stessi colori della fumante e profumata pizza appena sfornata. Lei inizia a parlare ed è subito silenzio, tutti rapiti dalla voce che narra la storia e le storie della terra africana, incantati dal modo in cui la ragazza con la pelle nera, centinaia di trecce che annoda sempre distrattamente, occhi grandi e profondi che sanno insegnarti la vita, rivive il suo viaggio. Lei, Parfaite, nel racconto ritorna allo scorso 6 agosto, quando, salutata l’Italia, sola, attera all’aeroporto di Entebbe, unico di tutta l’Uganda. “Da che possa ricordare – prosegue – quella è stata la prima volta in cui mi sono sentita davvero sola, straniera in un Paese sconosciuto. Ho noleggiato un taxi privato, più costoso degli altri, ma anche più sicuro e mi sono fatta accompagnare alla mia meta ultima: Lubaga Hospital, Kampala”. È qui che lei, studentessa di medicina dell’Università degli studi di Brescia, quinto anno ormai, ha scelto di trascorrere la sua estate, per cercare il suo futuro, scoprire chi vorrà essere da grande, partendo dalle origini, nel continente che l’ha data alla luce, “sono rimasta in Uganda sette settimane, dal 6 agosto al 27 settembre, e ho deciso di trascorrere là un periodo così lungo in modo da poter frequentare i tre reparti che avevo scelto: ginecologia, pediatria e medicina. Infatti, quando contatti l’ospedale esprimi le tue preferenze rispetto ai reparti che vorresti frequentare e per quanto”. Continua raccontando dell’abitazione “condivisa con studenti in ambito sanitario provenienti da ogni parte d’Europa, accanto a quella di Angela, Daniela e Manuela, figlie di un medico del Lubaga e di una mamma – aggiunge – molto presa dal lavoro, una business woman, che ha affidato la crescita delle sue figlie ad una bambinaia. Potrebbe sembrare un dettaglio irrilevante, ma mi ha fatto riflettere su come si possa scegliere di impiegare la propria vita, in che modo distribuire e attribuire priorità”. Parla dei ritmi in ospedale, di un lavoro impegnativo, in cui anche gli studenti e i tirocinanti diventano risorse e fanno tutto quello che fanno medici, specializzandi, ostetriche e infermieri, senza distinzione, “ti viene spiegato come fare e a volte, purtroppo, viene data maggior importanza alla pratica che alla teoria, ma c’è stato un medico che ha fatto di tutto per farci imparare, spuntava all’improvviso e ci interrogava su quello che avremmo dovuto sapere e se non eravamo abbastanza preparati ci spediva in biblioteca ad informarci meglio e di più, non tanto perché conoscessimo alla perfezione ogni aspetto della sanità in Uganda, ma perché portassimo questa voglia di conoscenza nei nostri Paesi di provenienza come stile di vita”. Racconta anche dei fine settimana, necessari per riprendersi dalla stanchezza settimanale, di un safari al Murchison Falls National Park in compagnia di un giovane ugandese che aveva organizzato il viaggio per lei e i suoi compagni senza aspettarsi di essere invitato, di un incontro inaspettato con un factotum italiano del Saint Jude, un orfanotrofio in cui poche mamme si prendono cura di molti figli, biologici e non, di un altro con un medico e sacerdote protagonista del dopo guerra civile nella fondazione del Saint Mary Hospital Lacor e amico di famiglia negli anni cui lei e i suoi genitori hanno vissuto in Uganda. Poche parole, scelte con cura, quelle impiegate per rivivere un viaggio lungo, intenso ed emozionante, sufficienti, però, per non lasciare indifferenti gli uditori, capaci di muovere pensieri, emozioni e lacrime, necessarie per interrogarsi su come si spende la propria vita ogni giorno. Lei ne è un esempio, lei che da quando è tornata si interroga, incerta,  sul futuro, felice del presente e grata del passato. Lei, Parfaite, ne è un esempio perfetto.

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