Sara Modora, volontaria: «Cerchiamo di aiutare le donne ad amarsi un po’ di più»

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Un sabato pomeriggio di metà novembre, la città inizia a sfavillare e sferzate di un vento freddo a cui non siamo ancora preparati, memori del tepore estivo della settimana appena trascorsa, invitano a rifugiarsi in locali accoglienti e magari a lasciarsi tentare da un peccato di gola. Mi piacerebbe poter trascorrere un pomeriggio così, come madre e figlia che vedo sul lato opposto della strada, al semaforo di Largo Cinque Vie. Loro attraversano in anticipo, perché la strada è sgombra. Non vedono l’ora di proseguire. Io invece aspetto con pazienza e guadagno tempo, forse perché sono in anticipo, forse perché quella che mi aspetta non sarà una chiacchierata qualunque. Mi avvicino al citofono di via San Lazzaro n.3, titubante, e mi sento una delle donne, che, timorose e impaurite, si rivolgono ad Aiuto Donna per chiedere aiuto. Nessuno risponde. Mi sento sola, mi chiedo cosa sto facendo lì, ma soprattutto, mi sembra di essere osservata, come se da dietro le finestre e dagli angoli delle strade qualcuno stia aspettano la mia prossima mossa, sbagliata, perché, come purtroppo tante di loro affermano “si è solo convinta che è tutta colpa sua”. A distogliermi dai miei pensieri è l’arrivo di Sara Modora, educatrice e volontaria dell’Associazione Aiuto Donna – Uscire dalla Violenza. Dopo un paio di rampe di scale arriviamo alla sede dell’associazione e, prima ancora che possa spiegare perché sono lì e che cosa voglio da lei, subito mi viene indicato il telefono «Questo è il centralino» – spiega Sara – e solo a quel punto iniziamo a parlare. Aiuto Donna nasce a Bergamo soltanto nel 1999 come associazione senza scopo di lucro per impegnarsi “ad aiutare le donne che subiscono maltrattamenti e violenza in ambito familiare”.  Sara parla dell’associazione non come di un servizio, ma di un centro (mi piace questa parola perché mi ricorda quello di gravità permanente, un punto certo, sicuro), un luogo, fisico, in cui chi risponde al telefono non lo fa per accentuare la distanza fra utenza e professionisti, quanto, piuttosto, per rispettare la libertà dell’altra di parlare o stare in silenzio, senza essere costretta a sostenere o abbassare lo sguardo, vittima di un’ulteriore imposizione. Il centro è un luogo per le donne voluto dalle donne, questo il light motive che ricorre in ogni frase. «Il centro è un luogo per qualsiasi donna che vive transitoriamente una situazione difficile, prevalentemente di violenza domestica, ma anche sessuale o stalking – continua Sara – è il luogo (non il tempo, mi permetto di aggiungere) in cui dare nome ad un problema nascosto, che rientra in una violenza di genere, denunciando una situazione maltrattante di potere maschile». Aiuto Donna è la possibilità offerta a donne maltrattate di prendere coscienza e acquisire consapevolezza di sé e della relazione anormale che sono costrette a vivere. Come prima ho voluto specificare, questo centro è luogo, non tempo, perché, mi viene spiegato, «chi si mette in contatto con l’associazione lo fa perché non sa come orientarsi, non per avere una consulenza legale, anche se può capitare, ma, di fondamentale importanza, è un lavoro in rete, per prevenire e curare il fenomeno». Sono curiosa e, allo stesso tempo, preoccupata, della domanda che sto per fare a Sara, perché a volte i numeri spaventano più delle parole. «Circa 300 donne all’anno hanno un contatto con noi, e queste sono solo quelle che, dopo la chiamata al centralino, si presentano per un colloquio. Dal 1999 ad oggi (14 novembre 2015) si sono rivolte a noi 3151 donne». Sono sconvolta dai numeri, ma di questi continuiamo a parlare, per fortuna, in termini positivi: 21 operatrici dell’accoglienza, 4 psicologhe, 6 legali oltre che le consulente educatrici, tutte donne. Il nostro dialogo si avvia al termine, ma non vogliono andarmene prima di aver sentito un messaggio di speranza. «Il presupposto da cui partiamo qui, al centro, è che il risultato sia sempre positivo, senza voler salvare queste donne, ma facendo in modo che si salvino da sole, nel tempi e modi per loro più opportuni, con la speranza che ognuna di loro sia libera e consapevole delle proprie scelte, mettendo al centro se stessa e imparando ad amarsi un po’ di più. Alle donne dico sempre che ciò che stanno vivendo non è la normalità, ma più che normalità non è amore, perché quella cosa lì che fa male è male, perché non esiste chi picchia per amore».

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