Lo scrittore Eric Reinhardt racconta il lato oscuro dell’amore. «Alle vittime di violenza dico: non rinunciate alla felicità»

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Benedicte Ombredanne è un’insegnante di lettere. Colta, intelligente, sensibile. Eppure è tragicamente infelice. Si è chiusa nella prigione di un matrimonio fatto di violenze, maltrattamenti, recriminazioni. Non riesce a parlarne né a fuggire. Il suo alibi sono i due figli, ancora piccoli. Finché l’incanto di un libro le mostra la strada, le dà la forza di cambiare. E’ la storia che lo scrittore francese Eric Reinhardt racconta ne “L’amore e le foreste” (Salani): “Non bisogna rinunciare alla possibilità di essere felici. Mai”.

Come mai ha messo la violenza sulle donne al centro di questo romanzo?
«Dopo l’uscita di un romanzo precedente “Cenerentola” ho ricevuto lettere da moltissime lettrici e ho avuto l’occasione di incontrarne alcune, che mi hanno raccontato le loro vite. Tra esse c’erano diverse donne che erano vittime di violenza coniugale. Ero molto turbato da queste testimonianze. Per questo ho pensato di scrivere un romanzo che avesse una protagonista che fosse in questa situazione. Volevo anche che il lettore si sentisse convinto della veridicità del racconto, sono fatti accaduti davvero a una lettrice o a un’altra, non finzione. Per questo mi è venuta l’idea di presentare la mia lettrice in questo modo un po’ insolito nel primo capitolo: una persona che mi scrive una lettera, vuole incontrarmi, dirmi la sua storia. Così si capisce che lei, professoressa di francese, madre di famiglia, colta e sensibile, arriva direttamente dal mondo reale. Oltre alla violenza coniugale, così avevo anche la possibilità di affrontare altri temi che mi stanno a cuore, come per esempio la creazione letteraria: cos’è l’ispirazione, come si può attingere alla realtà per scrivere un libro, qual è il rapporto intimo, forte e insieme disincarnato che può legare uno scrittore e un lettore. E poi c’è anche il ruolo che possono avere nella vita delle persone i libri e la lettura. Volevo mettere in gioco tutti questi aspetti».

La letteratura diventa mezzo di trasformazione, di crescita, come una chiave per aprire una gabbia, anche per chi vive una situazione difficile a livello personale. Condivide questa lettura?
«Sì, è proprio così. Ci sono persone per cui questo può avere un’importanza davvero notevole, sono quelle più introverse: per loro la vita scorre prima di tutto all’interno di sé. Per loro l’arte e la bellezza sono spesso gli unici momenti di vero incanto e magia».

La violenza sulle donne è un tema molto attuale e mette a nudo l’oscurità di una relazione a due. Il suo romanzo però nasce per offrire una speranza e fa da specchio a una donna che si trova in questa condizione. In base all’esperienza che ne ha fatto ascoltando le sue lettrici cosa pensa di questo tema e qual è il messaggio che vuole lanciare alle sue lettrici?
«Per scrivere ho bisogno di un impulso che arrivi dal profondo e spesso questo è legato a un senso di ribellione. Le mie lettrici vittime di violenza erano donne colte, laureate, sensibili, intelligenti, davvero di grande valore. E malgrado tutto ciò annaspavano nella vita, non riuscivano a realizzarsi: erano donne che stavano sfiorendo proprio a causa della forte pressione che il marito esercitava su di loro. Avevano vicino un uomo che negava loro un’esistenza propria. All’interno del nucleo familiare non venivano considerate né ritenute uniche e singolari. Questo stato di cose mi ha fatto provare una collera profonda. E ho percepito che questa rabbia era l’energia che avrebbe reso possibile scrivere un libro come questo. Volevo combattere la sensazione dell’impossibilità di essere felici, di trovare un posto nella realtà e nella società contemporanea che ognuna di queste donne provava. E questo è del resto un aspetto che attraversa fin dall’inizio tutti i miei libri».

Le è capitato di trovarsi nella posizione inversa, e cioè che un libro abbia avuto su di lei un potere di trasformazione, che le abbia cambiato la vita e l’abbia aiutata a realizzare un sogno?
«Certo, i primi shock estetici e culturali li ho avuti leggendo quando ero adolescente e hanno fatto nascere in me il desiderio di scrivere libri a mia volta. Ho avuto la sensazione molto forte che la mia vita avrebbe dovuto essere questo: esprimere ciò che avevo dentro e trasmetterlo ai lettori nel tentativo di far provare loro la sensazione di incanto che io stesso avevo sperimentato grazie ai miei scrittori preferiti. Siamo sempre molto influenzati nella nostra percezione del reale dai libri che abbiamo letto».

Uno dei temi del libro è la ricerca della felicità. Fino a quando e fino a dove è lecito inseguirla e cosa significa questo per lei?
«Nella ricerca della felicità penso che non dovrebbero esserci limiti (sorride). Personalmente cerco di rimanere il più possibile in guardia e in allerta e per quanto mi riguarda questa ricerca passa più attraverso le emozioni che dal mondo sensibile. La felicità per me arriva dalla sensazione di essere vivo e attraversato da moltissimi pensieri ed emozioni. Ci sono momenti nella mia vita in cui ho proprio questa consapevolezza di ricchezza interiore, e sento in quei momenti che anche il rapporto con gli altri diventa semplice e fluido, e che in ogni momento posso realizzare qualcosa di bello con le persone. Può essere anche uno scambio di sguardi e di sorrisi con qualcuno che non conosco e che ho incontrato per strada. Per me questa è la felicità: non sta nei soldi, nello shopping, oppure nell’essere riconosciuto, nell’ottenere premi e onori. Ci sono ovvviamente anche molti momenti in cui non mi sento così, non mi succedono grandi cose, e siccome sono una persona angosciata, inquieta e paurosa per me questa di restare nella luce è una lotta quotidiana».

 

 

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