Cyberbullismo: i social piazza virtuale in cui l’attenzione all’altro vale meno della libertà

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Lo si chiama comunemente «Cyberbullismo» ed è un fenomeno in continua crescita specialmente fra i più assidui frequentatori di social network: i giovani. Il cyberbullismo altro non è che la trasposizione di un fenomeno reale (il bullismo, appunto) nella vita virtuale. E non c’è da stupirsi perché, se è vero che sempre più cose vengono fatte tramite internet o social network, se è vero che sempre più rapporti si stabiliscono (nascono, crescono e crollano) su queste piattaforme online, è altrettanto vero che il bullismo – in quanto fenomeno umano – ha trovato vita facile per diffondersi sui social e fare, se possibile, ancora più danni che nella sua versione vis à vis.
Lo spunto per parlare di questo fenomeno ci viene dall’evento teatrale itinerante dal titolo «Like – Storie di vita online» scritto ed interpretato da Luca Pagliari, promosso dalla Polizia di Stato e da «Baci Perugina» e svoltosi di fronte ad un vasto pubblico di studenti nella mattinata di giovedì 3 dicembre presso il Teatro Sociale (Città Alta). Quella raccontata da Pagliari è una storia vera, una storia drammatica, la storia di un ragazzo romano di 15 anni, Andrea Spezzacatena, impiccatosi nel 2012 a causa dei ripetuti e inaccettabili insulti ricevuti sui social network da parte dei suoi coetanei che lo presero di mira a causa del suo modo «non omologato» di essere. Un caso anomalo? Una situazione disgraziatamente sfuggita di mano? Oppure il primo, eclatante sintomo di una realtà che è sempre più frequente? Verrebbe facile minimizzare la questione, giustificarsi etichettando questi fatti come goliardate, scherzi di pessimo gusto, bravate di un gruppo di ragazzi che prendono di mira il più debole e indifeso (i carnefici e la vittima). La realtà è che quando c’è in gioco la vita e i rapporti interpersonali fra gli individui non si può minimizzare. Da diversi anni internet è stato investito di un ruolo centrale nelle nostre vite. Tuttavia esso enfatizza, altera, distorce; i social (e qualsiasi altro tipo di comunicazione virtuale) annullano quell’elemento basilare nella comunicazione fra persone, quel filtro attraverso il quale instaurare rapporti sani, che è la personalità.
La «nuova grande agorà», come vengono da più parti definiti i social network – erroneamente, a me sembra, dal momento che l’agorà era il luogo decisionale e di dibattito della Grecia antica, luogo in cui si riunivano anche i più grandi filosofi e pensatori e, francamente, non mi sembra questo il caso! -, è un’arma potentissima e spesso difficile da gestire, specie se abbiamo difficoltà (e ne abbiamo!) a soppesare le parole, ad utilizzarle nei momenti più opportuni, a discernere cosa può essere offensivo e cosa no. Quello dei social mi sembra, piuttosto, un enorme mercato in cui tutti sbraitano anarchicamente i loro pensieri, in cui ognuno è libero di esprimere il proprio giudizio ignaro di urtare, magari, la sensibilità di qualcuno. Ecco che la più logica conseguenza di questo sistema è il cyberbullismo che, è bene ricordarlo, è a tutti gli effetti un reato ed è punibile per legge.
Andrea non è morto solo a causa degli insulti, delle minacce, delle parole che non scivolano addosso ma che segnano l’animo; non è morto solo a causa del finto profilo che i suoi compagni crearono per prenderlo in giro («Il ragazzo dai pantaloni rosa») e del cyberbullismo; è morto anche perché non ha trovato nessuno capace di capirlo, con le sue personalità e particolarità e di accettarlo. È morto perché, nella millantata democraticità della vita al tempo dei social network, non ha mai voluto omologarsi.

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