«Ho perso tutto, il dolore mi ha cambiata. Per me misericordia è riconoscere la fragilità dell’altro»

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Ieri sarebbe stata una giornata anonima, trascorsa nel traffico pre-natalizio, se non fosse stato per un incontro insolito che mi aspettava. Ho incontrato Ingrid, volontaria al dormitorio femminile. Mi era già capitato di ascoltare una testimonianza sul suo passato nella tossicodipendenza, ma averla di fronte, faccia a faccia, e sostenere il suo sguardo è piuttosto complicato, così come la domanda che devo farle: «Ingrid, come hai sperimentato il perdono nella tua vita?».
«Ama il prossimo tuo come te stesso. Una cosa che ho imparato a mie spese» risponde, lasciandomi senza parole; speravo, forse, in qualcosa di più semplice come inizio di giornata.
«Il perdono bisogna che lo sperimenti prima per te stesso e soltanto quando impari ad amarti puoi pensare di fare lo stesso per gli altri e che gli altri lo facciano con te. Ho chiesto perdono a me stessa ancora prima che a mia figlia» continua. Cerco di portare la chiacchierata ad un piano più comprensibile per la mia mattutina condizione cerebrale e le chiedo: «Cosa è successo? Perché hai dovuto concederti il perdono?». «A un certo punto mi hanno arrestata. Una storia di tossicodipendenza oltre ad implicare un rapporto di dipendenza da una sostanza, presuppone un rapporto di dipendenza da se stessi, che non viene meno nemmeno quando smetti di drogarti, è una dipendenza più forte, che dura una vita, una dipendenza da libertà, che può fare paura. Ma è se stessi che bisogna incontrare, ripartendo da chi si era prima di aver sperimentato il male. Non riuscivo a capire che stavo facendo male anche a me stessa». Ingrid è una tosta, più forte della brutta avventura che ha attraversato la sua vita, per cui azzardo un’altra domanda: «Ti senti perdonata?», temendo che la domanda possa metterla in difficoltà. «Le persone che ti conoscono continuano a vivere nel dubbio, forse anche nel pregiudizio, che prima o poi potresti ricadere nella droga, perché così dicono le statistiche. Ma io non sono una statistica e non mi vergogno del passato che ho vissuto perché, anche se non posso cancellarlo, ora so chi sono; avevo perso tutto, ma questo estremo dolore mi ha cambiata. Purtroppo la società non crede al cambiamento, nessuno è davvero convinto del fatto che tu possa cambiare perché tutti hanno paura a cambiare se stessi». Altra risposta che mi fa rabbrividire, perché, del resto, la società sono anche io. «Sei uscita vittoriosa da quella brutta storia grazie anche alla fede, o per lo meno così hai detto una volta che ti ho ascoltata. Che cos’è la misericordia per te?» – «Riconoscere la fragilità altrui. Gli altri possono diventare specchio di chi siamo. Il problema è quando quello che si specchia negli occhi degli altri è indifferenza». È difficile aggiungere altro alle parole di Ingrid, ma, complice il Natale che si avvicina, mi piacerebbe il lieto fine. «Ingrid, come insegni il perdono a tua figlia?» – «Per lei perdono significa prendersi una pausa quando le cose iniziano ad andare male, allontanarsi e tornare a cuor leggero, per ricominciare daccapo – dice – anche se è difficile» aggiunge sorridendo, ed io con lei, grata e leggermente sconvolta da questo concentrato di vita, affascinata dalla forza di Ingrid e dalla speranza che si specchia nei suoi occhi. Grazie Ingrid per avermi regalato il tuo sguardo.

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