Il Battista. L’attesa di colui che deve venire e la bellezza “divina” della vita di tutti i giorni

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Immagine: Valentin de Boulogne, s. Giovanni Battista (1628, particolare)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” (Vedi Vangelo di Luca 3, 10-18. Per leggere i testi di domenica 13 dicembre 2015, terza di Avvento “C”, clicca qui).

“CHE COSA DOBBIAMO FARE?”

Giovanni ha parlato della presenza di Dio in mezzo alla gente. Dio è qui, dunque. Ma se Dio è qui, che cosa si deve fare? La domanda è logica: non può restare tutto come prima, infatti, se Dio è arrivato. Anzi: la novità di un Dio che si è fatto presente è tale che tutto deve cambiare. È evidente che se qualcuno ha qualcosa che non va nella sua vita, allora quella domanda può essere il punto di partenza giusto, l’inizio di un tentativo di cambiamento, di un itinerario di conversione. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. La risposta di Giovanni è quella classica dei profeti: bisogna cambiare; ma la vera conversione sta nella fraternità, nella condivisione: la conversione deve essere “vera”, si deve vedere, la vita deve effettivamente cambiare.

ESATTORI DELLE TASSE, SOLDATI…

Da Giovanni viene proprio gente di tutte le risme. Arrivano anche i pubblicani, gli esattori di tasse, odiati da tutti perché ladri e collaborazionisti con i romani. Ci aspetteremmo che il Battista li cacci via, indignato. E invece egli prende atto della loro disponibilità alla conversione, non impone particolari penitenze o particolari, straordinarie generosità. In pratica basta che esercitino onestamente il loro mestiere.

Arrivano anche dei soldati. Probabilmente sono persone estranee all’ebraismo, forse soldati romani di stanza a Gerusalemme. Gli ebrei, infatti, erano esenti dal servizio militare. Anche a costoro il Battista non chiede prestazioni particolari: basta che non facciano violenze, che si accontentino delle loro paghe. Dunque Giovanni chiede di vivere onestamente la propria vita e di esercitare onestamente il proprio mestiere. È ovvio che questo non è il Regno di Dio e la sua sconvolgente novità, ma è altrettanto evidente che questo è necessario per potervi entrare: è come preparare il terreno giusto per la semina che di sicuro arriverà.

LA NERVOSA ATTESA DEL MESSIA

L’arrivo del Regno di Dio è legato, da lunghissima tradizione, all’arrivo del Messia. Tra la gente serpeggia una forte e spesso nervosa attesa. Qualcuno sussurra che sia già arrivato e molti si chiedono chi sia. Quando l’attesa è forte può anche essere mal indirizzata. Qualcuno, in effetti, pensa che il Messia sia lo stesso Battista. Allora Giovanni deve precisare: non è lui il Cristo. “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Non solo il Battista deve indirizzare bene, ma perché l’attesa sia corretta, è necessario che l’attesa resti “alta”, attesa di Dio e delle sue meraviglie, non speranza a corto raggio. L’indice dell’”altezza” dell’attesa sta, da una parte nel segno dell’amore, lo Spirito Santo e, dall’altra, la discriminazione, il giudizio, il fuoco. Ed è quello che il Battista afferma con le immagini del ventilabro e della pula. Il fuoco, oltretutto, è l’immagine classica della tradizione ebraica, con la quale si descriveva il “dividere” del Giudice, alla fine dei tempi. Davvero Dio è un Dio esigente e totalitario.

LE CERTEZZE PROVVISORIE 

Il popolo era in attesa. Anche oggi il popolo è in attesa. Nel senso che predominano la certezze provvisorie e proprio perché sono provvisorie cresce l’attesa di una certezza definitiva. Tutto fugge. Si cerca qualcosa che resta. Il periodo del Battista ha strane somiglianze con il nostro, da questo punto di vista. La gente sembra non aspettare nulla, così presa dal fascino facile delle cose che incontra ogni giorno. Ma quel fascino facile lascia spazio a un disagio. Sono le crepe dell’incertezza, dei legami fragili, della crisi economica che fanno nascere le domande. Anche se non sa di cosa, come ai tempi del Battista, il popolo è in attesa. Resta il compito della Chiesa di saper indirizzare nella direzione giusta quelle incerte e indefinite attese.

Ora l’indicazione fornita dal Battista per attendere bene è quella, apparentemente banale, di fare bene il proprio mestiere. Gli esattori delle  tasse non rubino, i soldati non facciano violenza e si accontentino delle loro paghe. Mentre sta per “scoppiare” la grande novità è necessario fare bene il quotidiano. Il cristiano, più è “impegnato” e più è tentato di vedere la santità “altrove”. Per essere santi, si pensa, bisogna fuggire in qualche lontano paese di missione, si pensa che è santo chi fugge via dalla vita di tutti i giorni. Invece è santo chi vi resta e vive la vita da discepolo che aspetta l’incontro con il Signore.

LA BELLEZZA DIVINA DEL QUOTIDIANO

A questo proposito è celebre un passaggio degli scritti di san Francesco di Sales. Siamo tra il ‘500 e il ‘600. Francesco parla della “devozione”, della vita vissuta evangelicamente, santamente.

La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal servo, dal principe, dalla vedova, dalla fanciulla, dalla donna sposata; non solo: bisogna adattare la pratica della devozione alle forze, alle occupazioni e ai doveri di ciascuno in particolare. Sarebbe forse opportuno che un vescovo volesse vivere in solitudine come i Certosini? E se la gente sposata, sull’esempio dei Cappuccini, non volesse risparmiare nulla, se l’artigiano passasse tutta la giornata in chiesa come un religioso, mentre il religioso rimanesse sempre esposto a ogni sorta di incontri come un vescovo al servizio del prossimo, una simile devozione non sarebbe forse ridicola, sregolata e insopportabile? […] È un errore, anzi un’eresia, voler bandire la vita devota dalla caserma dei soldati, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi e dalla vita familiare degli sposati. È certamente vero, o Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa non può essere esercitata in questi stati di vita; ma è altrettanto vero che oltre a quei tre tipi di devozione ve ne sono parecchi altri, capaci di condurre alla perfezione coloro che vivono nello stato secolare.

(Filotea, Introduzione alla vita devota, Introduzione I, 3)

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