Ottiene misericordia chi sa donarla. Le opere e l’indulgenza giubilare

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È nota l’importanza che Papa Francesco ascrive al compimento delle quattordici opere di misericordia, al punto da legare anche solo ad una di esse il dono dell’indulgenza giubilare. E vi è una perfetta coerenza in tutto questo. Chi compie la misericordia verso il prossimo si pone nella condizione più autentica per domandare la misericordia del Padre.

La misericordia verso i fratelli si concretizza in alcune opere corporali o spirituali, che la tradizione ci ha consegnato.
Quando sono state stabilite? Probabilmente, è con il medioevo che assistiamo all’affermarsi della lista precisa di sette opere di misericordia, quelle che chiamiamo corporali – le sei del Vangelo di Matteo (cap. 25) più la sepoltura dei morti, attestata nel libro di Tobia – a cui si accompagnerà la lista di sette opere di misericordia spirituali. Si conosce, del resto, il fascino che il numero sette e i settenari esercitarono sull’animo dell’uomo medievale, al punto che in questo periodo si celebrò il trionfo del sette, simbolo di ordine e di completezza, sintesi di unità e di molteplicità.
Ed ecco che la carità per il prossimo prende la forma delle opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati; dare da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti. E, quella delle opere spirituali: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti. Un catalogo non chiuso, ma sempre aggiornabile, secondo le mutate necessità. Se l’elenco si stabilì in epoca medievale, non significa che nei secoli precedenti le opere di misericordia fossero sconosciute: i Padri della Chiesa, insegnando la necessità di soccorrere il povero, non poche volte, attribuivano all’opera di misericordia un carattere spirituale. Così, annunciare la Parola di Dio era considerato al pari di dare da mangiare agli affamati. È più importante soccorrere il povero nelle sue necessità materiali o consigliare un dubbioso? Una domanda che già i medievali si posero. Proprio san Tommaso d’Aquino (1225 – 1274) stabilisce il primato delle opere di misericordia spirituale. Egli le chiama “elemosine spirituali” perché con esse si sovviene allo spirito. Ora, lo spirito è superiore per dignità al corpo. Quindi l’elemosina spirituale è quella veramente necessaria. Addirittura, san Tommaso precisa che il bene spirituale donato nelle elemosine spirituali è migliore di quello dato nelle corporali. Eppure, nei fatti le cose appaiono diversamente: non solo le necessità materiali sembrano le più urgenti, ma persino diventano le uniche, cui si fa fronte. E, poi, qualcuno sembra non aver bisogno di aiuti spirituali. Questo non deve condurre a metterli da parte, perché, se le necessità del corpo hanno la caratteristica dell’urgenza, i beni spirituali donati aiutano la crescita dell’uomo. Qui appare in tutta la sua forza la visione cristiana della persona, la quale non è solo un “problema materiale”, ma è soggetto spirituale, chiamato a realizzarsi interiormente, anche se con modesti beni materiali.
È nota l’importanza che il Santo Padre ascrive al compimento delle quattordici opere di misericordia, al punto da legare anche solo ad una di esse il dono dell’indulgenza giubilare. E vi è una perfetta coerenza in tutto questo. Chi compie la misericordia verso il prossimo si pone nella condizione più autentica per domandare la misericordia del Padre. Il Dio misericordioso – insegna san Giovanni Damasceno (676 – 749) «si rallegra nel vedere i suoi figli affrettarsi ad aiutare il prossimo. Il Misericordioso vuole e desidera che noi tutti ci facciamo reciprocamente del bene, sia mentre viviamo che dopo la morte».

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